Libia, altro che migranti: Italia e Francia litigano per il petrolio

Al centro dello scontro ci sarebbe il futuro della Noc, l’autorità che controlla l’oro nero libico. E gli appalti di Eni e Total nell’ex colonia

Un impianto petrolifero in Libia

Dietro la Conferenza sul futuro della Libia che si apre oggi a Palermo c'è un grande braccio di ferro tutto europeo, quello tra la Francia e l'Italia. Una rivalità accesa negli ultimi mesi soprattutto dagli scontri a suon di dichiarazioni alla stampa tra il governo di Emmanuel Macron e quello di Giuseppe Conte, con Matteo Salvini particolarmente attivo nell'attaccare a muso duro il presidente francese.

In ballo, c'è un Paese strategico non solo per la gestione dei flussi dei migranti, ma soprattutto per un "tesoro" di non poco conto: il petrolio. In Libia, come è noto, ci sono immensi giacimenti petroliferi, la cui produzione dipende molto dalla stabilità del Paese. A ogni modo, tra alti e bassi, i barili prodotti al giorno sono variati solo quest’anno dai circa 600 mila a oltre 1,2 milioni. Si è tornati quasi ai livelli della Libia di Mu’ammar Gheddafi

Il ruolo della Noc

A gestire questi giacimenti è la Noc, la National oil corporation, l’autorità libica riconosciuta a livello internazionale il cui potere è indubbiamente più forte delle varie fazioni in cui è diviso il paese. Compresi quelli che sono ritenuti i due attori politici principali della Libia, Fayez al-Sarraj (presidente del Governo di accordo nazionale con base a Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite) e il generale Khalifa Haftar, che controlla l’Esercito nazionale libico e i centri di potere di Tobruk e Bayda. In sostanza, stando a quanto riportano i principali media, al-Sarraj e Haftar dividono la Libia in due: uno controllerebbe l’Ovest del paese, l’altro l’Est. In mezzo, come dicevamo, una folta lista di fazioni, milizie e organizzazioni terroristiche. 

Se al-Sarray è, sulla carta, appoggiato dalla comunità internazionale e dall’Italia in particolare, Haftar conterebbe, oltre ai suoi rapporti con l’Egitto, sul sostegno di Macron. E sarebbe proprio Haftar il cavallo di Troia che il presidente francese starebbe utilizzando per una vecchia mira transalpina: aumentare la quota di petrolio in mano alla Total, la compagnia di bandiera di Parigi. 

Quanto petrolio produce la Libia

Del resto, il piatto è allettante: secondo stime della stessa Noc, entro il 2023 la Libia potrebbe produrre 2,2 milioni di barili di oro nero al giorno. Ma per farlo, servono investimenti per 18 miliardi di euro. E soprattutto, serve stabilità politica. 

I continui attacchi ai pozzi petroliferi e la guerra tra bande che imperversa in tutto il paese impedisce investimenti e una gestione migliore delle risorse di petrolio e gas. Risorse che al momento vedono l’Eni, insieme a compagnie Usa come ConocoPhilips e Hess, fare la parte del leone grazie ad apposite joint ventires con la Noc. Anche Total ha la sua quota, ma al momento, scrive Il Sole 24 Ore, “produce solo 31 mila barili di petrolio al giorno contro i 384 mila di Eni, la società straniera dominante”.

L'offensiva diplomatica di Macron

Total, pero’, nel marzo scorso è riuscita a mettere mano su una quota importante del consorzio Waha, a sud est di Sirte, che ha un alto potenziale: la produzione di 600 mila barili al giorno. Un’acquisizione avvenuta più o meno nelle stesse settimane in cui Macron ha lanciato l’offensiva diplomatica per far sedere intorno allo stesso tavolo Haftar e al-Sarray. L’offensiva si è conclusa il 29 maggio scorso con un incontro a Parigi in cui i due leader libici, stando alle dichiarazioni dell’Eliseo, avevano trovato un accordo per mettere da parte le divisioni e indire elezioni a fine dicembre 2018. 

L’operazione di Macron, compiuta durante il vuoto politico italiano post-elezioni, non è andata giù a Roma. E comunque non ha sortito grandi effetti sul campo, visto che Haftar ha poco tempo dopo cercato di accaparrarsi alcuni terminal petroliferi della Noc. Già, perché è la Noc il vero centro degli scontri, non solo sull’asse Roma-Parigi.  In base alla Risoluzione 2362 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, approvata nel 2017, e a diversi divieti internazionali, solo la Noc di Tripoli è considerata legittima e ha il potere di gestire le esportazioni di petrolio. 

Stando a diversi analisti, il piano di Macron, pero’, è di dividere l’ente in due parti, uno dei quali controllato proprio da Haftar. Un piano che comporterebbe anche alla divisione della stessa Libia. Ipotesi sui cui l’Italia non sembra disposta neppure a ragionare: per il nostro governo (e per l’Eni) l’integrità della Libia e della Noc vanno di pari passo. L’obiettivo è salvaguardare il tesoretto tricolore nell’ex colonia. E poco importa se per farlo, come hanno raccontato diverse inchieste giornalistiche, si finanziano le stesse milizie che da un lato proteggono i pozzi. E dall’altro gestiscono il traffico di essere umani verso l’Europa. Porti aperti si’. Ma solo quelli libici da cui partono petrolio e gas.     

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