Cosa sta succedendo in Libia e quali sono le cause e origini del conflitto

A Berlino la conferenza internazionale per provare a stabilizzare la regione al centro di interessi geopolitici ed economici contrastanti

Foto Ansa

A Berlino domani si terrà una conferenza internazionale organizzata dal governo tedesco e fortemente voluta dal governo italiano, per provare a trovare una soluzione al conflitto libico. Oltre naturalmente ad Angela Merkel ci saranno il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, per l'Italia il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio e poi il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, il presidente francese, Emmanuel Macron e quello egiziano, Abdel Fattah al Sisi. Partecipano anche emissari di Regno Unito, Cina, Turchia, Repubblica del Congo, Unione Europea, Lega Araba, Unione africana, Emirati arabi uniti, Algeria. Ma da quando va avanti e quali sono le parti in guerra nel conflitto?

Le origini della guerra

La crisi del Paese nordafricano, che racchiude le riserve di petrolio più importanti dell'Africa, va avanti dal 2011 quando ci fu la caduta del regime di Moammar Gheddafi in seguito a una rivolta popolare e soprattutto a un intervento militare guidato da Francia, Regno Unito e Stati Uniti, che ha gettato il Paese nel caos. Alla fine dell'intervento militare le amministrazioni che si sono succedute non sono riuscite a controllare le numerose milizie del Paese, che hanno iniziato a esercitare il potere reale in Libia. Le armi proliferarono dopo la ribellione nonostante un embargo.

Paese spaccato in due

La violenza si è intensificata nel 2014 e dopo le contestate elezioni di quell'anno il Paese si è diviso tra due amministrazioni con Fayez al-Serraj che ha assunto la guida del Governo di accordo nazionale (Gna) nel 2016 basato nella capitale, Tripoli. Nel frattempo il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, ha lanciato un'offensiva militare lunga anni che lo ha lasciato al controllo di grandi parti della nazione.

I due avversari

Il governo di al-Serraj è sostenuto dall'Onu e gode del riconoscimento dell'Ue e si è guadagnato l'appoggio economico e militare della Turchia, unico Paese che ha già cominciato ad inviare truppe. Gode anche all'appoggio politico di Qatar e Italia e su quello politico di Misurata, città-Stato alleata di Turchia e Italia. Khalifa Haftar è invece il patron del Parlamento eletto e dell'esecutivo nella città di Tobruk che di fatto controlla tutta la Cirenaica. Può contare sull'appoggio economico e militare di Russia, Arabia Saudita, Egitto e Emirati arabi uniti e l'appoggio politico di Francia e in parte anche di Stati Uniti.

Offensiva di Haftar

Il 4 aprile del 2019 Haftar ha lanciato un'offensiva per conquistare Tripoli: oltre 10 mesi di combattimenti, sono costati la vita a oltre 1500 persone (circa 300 civili), il ferimento di oltre 15 mila persone e messo in fuga quasi 150 mila persone dalle loro case, diventati sfollati interni. Il generale si è progressivamente avvicinato verso la capitale e la scorsa settimana ha fatto cadere il muro difensivo nella vicina località di Sirte, ad appena 100 chilometri dal centro della capitale, ma di fatto la situazione è in stallo.

Il fragile cessate il fuoco

Un cessate il fuoco è entrato in vigore la scorsa domenica e continua ad essere rispettato sul terreno, nonostante le mutue accuse di violazioni da parte delle due forze rivali. Obiettivo della conferenza è consolidare la tregua sul terreno e impedire ingerenze straniere, che si traducano nell'invio di militari. Adesso, dopo molto resistenze anche solo ad accettare l'invito a Berlino, Haftar sembrerebbe pronto a firmare la tregua.

Paese ricco di petrolio

Le due amministrazioni stanno combattendo per il controllo delle riserve petrolifere del paese, la più grandi di tutta l'Africa e la spina dorsale dell'economia nazionale. Haftar ha preso il controllo della cosiddetta mezzaluna petrolifera, dove si trovano la maggior parte delle riserve di idrocarburi. Le Nazioni Unite hanno però stabilito che la National Oil Corporation (NOC), che si trova a Tripoli, è l'unica compagnia riconosciuta e autorizzata a vendere greggio. Con la Noc lavora anche l'Italiana Eni, il più grande produttore di petrolio straniero nel Paese, ma la presenza della francese Total sta crescendo, così come quella della russa Taftnet, che ha ripreso le attività di esplorazione alla fine dell'anno scorso.

Interessi internazionali

Oltre alla protezione degli interessi pretroliferi gli Stati hanno anche altre ragioni per volere la stabilità della regione e appoggiare l'una o l'altra fazione. Per l'Italia la pace in Libia è fondamentale per fermare i flussi migratori provenienti dall'Africa. Il governo lo scorso anno ha rinnovato il controverso accordo con il Governo di accordo nazionale di al-Serraj, che viene criticato da diverse associazioni per la difesa dei diritti umani per il modo in cui vengono trattati i migranti imprigionati nei campi di detenzione del Paese. Dall'altra parte l'Arabia Saudita, l'Egitto e gli Emirati Arabi Uniti vedono in Haftar un alleato contro la diffusione dell'Islam politico e in particolare dei Fratelli Musulmani, che ritengono un'organizzazione terroristica, e che è parte del Gna. Turchia e Qatar, d'altra parte, sono sostenitori dei Fratelli Musulmani e quindi stanno con ilgoverno di Tripoli.

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Il fattore Erdogan

Il presidente turco ha reso noto di aver già cominciato a inviare truppe in Libia. Si tratta del primo intervento militare turco in un Paese non limitrofo dall'invasione di Cipro nel 1974. Obiettivo dichiarato di Ankara è frenare l'offensiva delle milizie del generale ribelle ed evitare la caduta di Tripoli schierando una potenza militare, che è il secondo maggior esercito della Nato (477 mila uomini con fregate, cacciabombardieri, blindati, droni). Ma non solo. Erdogan ha detto che comincerà "al più presto" le trivellazioni. La zona è quella coperta dall'accordo concluso a fine novembre con Tripoli, che stabilisce i limiti della zona economica esclusiva tra i due Paesi e testimonia formalmente le aspirazioni di Ankara: da un lato, la Turchia cerca di garantirsi l'accesso a parte dei giacimenti di gas naturale nel mare di Cipro, dall'altro cerca di impedire lo sviluppo di infrastrutture, come il progetto EastMed, che portino il gas cipriota e israeliano in Europa, perché ha progetti che competono per lo stesso mercato. Nello stesso progetto rientra il piano per collegare i gasdotti Trans-Anatolico (Tanap) e Trans-Adriatico (Tap), nonché il prolungamento del Turkstream verso l'Europa.

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