Gas, ecco perché l'Italia dipende dalla Russia. E perché le rinnovabili non bastano (per ora)

Rappresenta più di un terzo dei nostri consumi energetici. E più del 90% proviene dall'estero. Quasi la metà dai giacimenti di Mosca. Mentre i sogni di "emancipazione" devono fare i conti con la geopolitica e i ritardi nel potenziamento delle fonti alternative e pulite

Ansa

L'incendio all'impianto di Baumgarten, in Austria, e il conseguente stop ai rifornimenti di gas dalla Russia, hanno fatto riemergere il dibattito sulla strategia energetica dell'Italia e in particolare sulla corsa al gas lanciata da qualche anno a questa parte dal nostro Paese, con l'Eni in giro per il mondo a tessere trame (anche diplomatiche) per assicurarsi nuovi giacimenti. L'obiettivo, che vede in linea di massima d'accordo anche la Commissione Ue, è di ridurre la dipendenza dei nostri approvviggionamenti dalle fonti russe. Concetto ribadito oggi dal ministro per lo Sviluppo, Carlo Calenda, che ha rilanciato il progetto del Tap, il TransAtlantic Pipeline che dall'Azerbaijan dovrebbe trasportare 10 miliardi di metri cubi di gas fino alle coste salentine e da qui al resto d'Europa. Già, perché al di là della minore dipendenza da Mosca, il sogno nel cassetto dell'Italia (o meglio di una parte del Paese) è di diventare un grande hub del gas nel cuore del Mediterraneo, con un proprio mercato da gestire. 

Da chi dipendiamo

Fin qui i sogni. Ma qual è la situazione attuale? E perché siamo cosi' dipendenti dalla Russia? A onor del vero, sul fronte energetico la dipendenza da Mosca del nostro Paese non è, nel complesso, maggiore di quella degli altri Stati membri Ue. Se si guarda al petrolio e al gas liquefatto, per esempio, l'Italia ne importa il 18,8% dalla Russia, contro il 28,8% dell'Ue a 28. E se l'Unione importa il 29,1% di carbone da Mosca, l'Italia si limita al 20%. Il punto dolente per noi è il gas naturale: non solo l'Italia ne usa più della media Ue (il 36,3% del suo mix energetico contro il 22%), ma di questo gas ben il 45,1% viene dalla Russia

Il resto proviene per il 12,5% dall'Algeria (attraverso il gasdotto Transmed), per il 11,6% dalla Libia (attraverso il Greenstream) e per il 20,6% da Norvegia e Olanda (attraverso il Transitgas che parte dal Mare del Nord). Ci sono poi una piccola quota (circa l'8%) di gas liquefatto che arriva via nave e una quota ancora più piccola, il 7%, di produzione nostrana.

I progetti: dal Tap all'EastMed

Per diversificare le fonti, l'Italia punta soprattutto sul gasdotto Tap, come dicevamo. Ma in progetto c'è anche l'EastMed che porterebbe da un giacimento offshore di Israele (ma di proprietà di una società Usa) alla costa vicino Otranto il gasdotto sottomarino più lungo del mondo. Il progetto è ancora in fase preliminare, ma qualche giorno fa l'Italia ha firmato un memorandum di intesa con Cipro, Grecia e Israele e l'Eni starebbe già avviando i primi lavori. 

Sempre l'Eni si è mossa sul fronte egiziano, dove nel 2015 ha individuato un giacimento in mare, Zohr, che stando alle dichiarazioni degli interessati, sarebbe il più grande del Mediterraneo. Il gas potrebbe arrivare attraverso un collegamento con il gasdotto Greenstream dalla Libia o sottoforma di gas liquefatto e dunque trasportato con le navi. “L‘Egitto potrebbe iniziare nuovamente a esportare il gnl, essendo molto vicino a Italia e Spagna dove i terminali di rigassifazione sono sotto utilizzati, è molto probabile che arrivi lì”, ha detto qualche tempo fa l'ad Claudio Descalzi. Senza dimenticare il maxi-giacimento del Mozambico, scoperto sempre dal cane a sei zampe (e la cui produzione di gas da esportare dovrebbe cominciare nel 2021).

Attraverso questi gasdotti e giacimenti, l'Italia sogna di essere meno dipendente e, soprattutto, fare da hub per il resto dell'Europa. Tanto più in un momento in cui le riserve di gas del Mare del Nord si stanno riducendo. I problemi sono due: il primo è che dal Tap agli altri progetti, i tempi di realizzazione sono lunghi e le carte in tavola (anche geopolitiche) potrebbero cambiare (con buona pace degli investimenti effettuati. Per il Tap, per esempio, c'è chi solleva il tema della transizione energetica: “Ha senso pianificare un'infrastruttura dalla vita utile di almeno 30 anni, senza pensare a come cambierà il mondo dell'energia in questo lasso di tempo?”, scrive Giulio Meneghello su Quale Energia. 

Gli ostacoli ai sogni italiani

L'altro problema è la concorrenza interna all'Ue: la Germania, per dirne una, non sta a guardare e ha avviato il raddoppio del gasdotto Nord Stream, collegato proprio alla Russia del tanto osteggiato Putin. “Sono convinto che l’Europa non possa fare a meno della Russia – ha spiegato di recente Descalzi - È il paese con il gas meno caro e con le potenzialità maggiori. Sta fornendo oltre 170 miliardi di metri cubi l’anno, ma la capacità dei suoi gasdotti potrebbe arrivare a 250 miliardi di metri cubi”. Numeri enormi, che la dicono lunga sulla difficoltà di staccare il cordone che lega l'Ue e l'Italia a Mosca. Tanto più nel breve e medio periodo. Nel lungo, si vedrà. C'è anche chi sostiene che più che la corsa al gas, il nostro Paese dovrebbe puntare sulle rinnovabili e l'efficienza energetica. 

E le rinnovabili?

Uno studio di alcuni ricercatori di Standford sostiene che entro il 2050 l'Italia potrebbe coprire l'energia che consuma al 100% da fonti rinnovabili. Più o meno gli stessi anni della “vita utile” dell'investimento sul Tap. 

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Per il momento, la quota di rinnovabili è del 17,3%. Più alta della media Ue (13,6%), si', ma non sufficiente per sognare di staccarci in tempi brevi dal fossile. Soprattutto da quello russo.

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