Dazi, l'Ue è più protezionista di Trump (finora). Ma la guerra commerciale potrebbe essere un disastro per tutti

L'Unione applica una tariffa media sulle importazioni del 5,3%. Gli Usa si fermano al 3,5%.  Ma lo scontro rischia di essere un boomerang per gli stessi Stati Uniti: i precedenti del 1930 e del 2002

EPA/MICHAEL REYNOLDS

Donald Trump protezionista? Si', ma non è il solo. Anzi, se si guarda ai dati dell'Omc, l'organizzazione internazionale del commercio, è l'Unione europea quella che, nell'Occidente sviluppato, applica i dazi più elevati.

Secondo l'Omc, infatti, il dazio medio applicato dai paesi dell’Unione era del 5,3% nel 2016, superiore nettamente al 3,5% degli Stati Uniti, al 4,2% del Giappone, al 4,1% del Canada e al 2,7% dell’Australia. Per trovare medie più alte di quella europea bisogna guardare alle tariffe dei paesi emergenti.

I dazi di Trump

Dati che danno a Trump un motivo in più per imporre la sua linea dura su acciaio e alluminio. Il capo della Casa Bianca ha annunciato  dazi del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio. Per ora, sono esentati dalle tariffe solo Messico e Canada, mentre il paese più colpito sarebbe la Cina. L'Ue spera di essere esentata, anche perché, stando a uno studio del Parlamento europeo, il rischio per la nostra economia è una perdita di 5,8 miliardi e di migliaia di posti di lavoro in tutto il Continente. 

Per il momento, Bruxelles non ha ancora varato contromisure, sperando in una mediazione last minute. La via del ricorso all'Omc sembra in salita, perché il suo tribunale, che si dovrebbe occupare di dirimere la controversia, rischia di restare senza giudici nei prossimi mesi proprio per l'opposizione degli Stati Uniti a nominare nuovi componenti. L'Ue ha redatto una lista di possibili contro-dazi su beni importati dagli Usa come il bourbon, il succo d'arancia e le arachidi, ma la speranza è di evitare una guerra commerciale. Che, stando agli analisti e alla storia, non converrebbe a nessuno. 

A chi conviene la guerra commerciale?

Una guerra commerciale, stando alle dichiarazioni degli analisti, non converrebbe a nessuno. Ogni paese sviluppato, infatti, rischia di subire contraccolpi. Tanto più chi, come l'Italia, esporta più di quanto importa, con un surplus nella bilancia commerciale di circa 50 miliardi. Diverso il discorso per gli Stati Uniti, che invece ha un deficit: importa più di quanto esporta, circa 640 miliardi di euro nel 2017. 

Eppure, la storia insegna che il protezionismo è rischioso anche quando la bilancia commerciale è in negativo. L'esempio arriva proprio dagli Usa, che nel 1930 scatenarono una guerra commerciale internazionale. Come racconta l'Agi, il “Trump” di allora fu il repubblicano Reed Smoot, presidente della commissione Finanze del Senato. “Fin dal 1929 – scrive l'Agi - l'America si trova nell'occhio del ciclone, dopo il crack di Wall Street del 1929 e la successiva grande recessione. Smoot è convinto che bisogna salvare i posti di lavoro americani, in pericolo perché troppi paesi stranieri vendono i loro prodotti negli Stati Uniti, minando il benessere dei lavoratori americani”. Allora come oggi, gli Usa avevano un corposo surplus commerciale, poiché la crescita dell'export manifatturiero era più veloce di quella dell'import.

La "tragedia" del 1930

La ricetta di Smoot per restituire all'America i suoi posti di lavoro e il suo benessere è semplice: dazi stellari e protezionismo. Smoot convince il Congresso e una nazione prostrata dalla crisi che, con una stretta sui dazi, tutto tornerà a posto e cosi' riesce a varare nel giugno 1930 il famoso “Smoot-Hawley Tariff Act”, ratificato dal presidente Herbert Hoover, nonostante l'appello di oltre mille economisti a non firmarlo. Nel giro di una notte il provvedimento fa balzare al 60% i dazi su oltre 20 mila prodotti stranieri, in alcuni casi quadruplicandoli. Il risultato? Un'impennata del nazionalismo in tutto il mondo e una guerra commerciale di Washington con Canada, Francia, Impero britannico, Italia e Germania, che rispondono con misure di ritorsione all'impennata dei dazi Usa.  

Le conseguenze economiche di questa guerra sono, a dir poco, disastrose. Nel giro di tre anni le importazioni degli Stati Uniti crollano del 66%, mentre le esportazioni si inabissano del 61%, insieme al commercio mondiale. Il tasso di disoccupazione triplica dall'8% al 25%. In barba alla "nuova era di prosperità" sbandierata da Smoot, la ricchezza degli Stati Uniti si dimezza. 

La guerra commerciale non danneggia solo l'economia Usa ma è anche un boomerang politico per Washington. La legge ultraprotezionista viene smontata nel 1934, non appena Franklin Delano Roosvelt diventa presidente e sostituita con riduzioni delle tariffe legate ad accordi bilaterali. 

Il precedente di Bush

Il caso dello “Smoot-Hawley Tariff Act” ha insegnato che le guerre commerciali sono più che rischiose (e controproducenti per chi le dichiara). Ma la lezione sembrava essere stata dimenticata da George W. Bush, che nel marzo del 2002 avviò una guerra dei dazi sempre per difendere l'acciaio americano. In realtà, ricorda sempre l'Agi, “si trattò più che altro di una guerra annunciata, visto che il presidente dovette presto fare marcia indietro, dopo la messa a punto da parte dell'Ue di contromisure volte a colpire i prodotti Usa, che andavano fino al 100% nel caso di succhi di frutta, T-shirt e slip”. Anche le altre potenze siderurgiche globali, all'epoca, risposero con contromisure per oltre 2 miliardi di dollari in grado di colpire frutta, legumi, tessili, scarpe, moto. Risultato: nel dicembre del 2003 Bush ritirò i dazi sull'acciaio.

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