Dai migranti alla Catalogna, passando per l'Ema: i 10 fatti europei del 2017

Doveva essere l'anno dell'avanzata dei populisti e dei nazionalismi anti-Ue. Ma a parte la "deriva" polacca, le urne non hanno creato grossi scossoni (Spagna esclusa). E mentre la Germania fa fatica a creare un nuovo governo e la Brexit sembra meno "hard" di quella sperata da Farage e sodali, l'Europa si sgretola per poche centinaia di rifugiati

Migranti, una sconfitta europea

L'Italia da un lato, i paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca) dall'altro. E il resto dell'Europa a guardare. Doveva essere l'anno del superamento dell'emergenza migranti e della condivisione degli oneri tra i paesi Ue in termini di ricollocamenti e accoglienza dei rifugiati. E' stato invece l'anno dei muri, della giungla di Calais, dell'accordo con la Libia, del vertice Africa-Ue di Abidjan e, per concludere, dell'invio dei soldati italiani in Niger. Il tutto per fermare le partenze dall'altra parte del Mediterraneo. Anche perché, una volta arrivati in Italia o in Grecia, il resto d'Europa volta le spalle. La Francia ha alzato il muro a Ventimiglia, l'Austria intende fare lo stesso al Brennero. E i paesi di Visegrad non vogliono accogliere neppure poche centinaia di profughi. Dei 160mila rifugiati previsti dagli accordi, ne sono stati ripartiti appena 32mila. E la riforma del regolamento di Dublino, chiesta anche dalla maggioranza del Parlamento Ue, rimane per adesso una chimera. Dalla Commissione all'Eurocamera, la sconfitta politica è palese. 

La “deriva” polacca

Per la prima volta, un paese Ue rischia di perdere il diritto di voto in seno al Consiglio europeo: si tratta della Polonia, contro la quale la Commissione Ue ha lanciato la procedura per violazione dell'articolo 7 dei Trattati, quella attivabile in caso di gravi violazioni dello stato di diritto. Ad irritare la Commissione è stata la riforma della giustizia voluta dal governo ultraconservatore di Varsavia, una riforma che, secondo Bruxelles, mina il principio di autonomia della magistratura e, quindi, la tenuta dello stato di diritto. Ma i fari sulla Polonia non riguardano solo la giustizia: l'ex paese della Cortina di ferro, è diventata negli ultimi anni la culla dei movimenti europei di estrema destra e le proposte di legge su aborto e anticoncezionali hanno sollevato le proteste delle donne di tutta Europa. 

Brexit, il primo accordo. E l'Ema sfuggita all'Italia 

Non è stato certo un anno semplice per la premier britannica Theresa May. Le elezioni anticipate, anziché rafforzare la posizione del suo governo, l'hanno indebolita, tanto da dover far leva sui seggi degli unionisti del Dup per formare un nuovo esecutivo. E poi, le tensioni interne ai conservatori, le dimissioni di due suoi ministri per scandali sessuali, gli attentati terroristici, i rapporti non idilliaci con Trump. Una situazione difficile alla quale May ha risposto cercando di abbassare i toni dello scontro con Bruxelles, a partire dalle aperture del suo discorso a Firenze. Alla fine, all'ultimo vertice Ue dell'anno, l'intesa con l'Unione europea per chiusura della prima fase dei negoziati è arrivata, in tempo per festeggiare il 2018, come voleva Londra. Ma il testo contiene tante ombre e poche luci. Tanto da sollevare le proteste dei duri e puri della Brexit come Farage, soprattutto per quel che riguarda il “conto” del divorzio, stimato tra i 40 e i 50 miliardi di euro, il doppio di quanto previsto da Londra in un primo momento. C'è poi la questione del confine irlandese, che resta ancora da definire. Unico punto su cui l'intesa pare definita è quella dei diritti dei cittadini.

Sempre in chiave Brexit, poi, come non citare la delusione italica per l'assegnazione dell'Ema, l'agenzia Ue del farmaco che lascerà a breve Londra per trasferirsi ad Amsterdam. Milano aveva sperato fino all'ultimo di ottenere la sede, ma un sorteggio sfortunato ha premiato la capitale olandese.

L'addio a Simone Veil

Ai più, in Italia, il suo nome dirà poco. Ma se oggi in Europa, e quindi anche da noi, i cittadini possono godere di maggiori diritti (in particolare le donne) il merito è anche suo. Se ne è andata il 30 giugno del 2017 Simone Veil, la prima donna a presiedere il Parlamento europeo. Nata nel 1927 in una famiglia ebrea di Nizza, Simone Veil è sopravvissuta all’orrore dei campi di concentramento nazisti di Auschwitz-Birkenau, Bobrek e Bergen-Belsen. Fu una figura chiave del femminismo del dopoguerra in particolare in quanto lottò per i diritti delle donne in Francia come ministra della sanità dal 1974 al 1979. Nel 1975, fu la principale promotrice della legalizzazione dell’aborto in Francia, la battaglia politica per la quale è maggiormente ricordata ancora oggi. Veil venne eletta alle prime elezioni dirette del Parlamento europeo nel 1979. Divenne quindi la prima presidente di un Parlamento europeo direttamente scelto dai cittadini, oltre che la prima donna a presiedere l’assemblea. 

Il ciclone Macron

Ha creato un movimento (quasi) dal nulla ed è riuscito a infilarsi nelle crepe dei due storici partiti, i socialisti e i repubblicani, fino a raggiungere l'Eliseo. Emmanuel Macron è di sicuro uno dei personaggi del 2017. Eletto il 7 maggio presidente della Repubblica ad appena 39 anni, doppiando i voti di Marine Le Pen, Macron ha potuto contare su una breve “luna di miele” con l'elettorato francese: già a metà estate, i consensi sono calati vorticosamente per via delle misure di austerity attuate dal suo nuovo governo. E sul finire dell'estate ha dovuto fronteggiare la dura protesta di sindacati e sinistra contro la riforma del codice del lavoro, considerata dagli oppositori troppo “liberista”. Eppure, proprio nel momento più delicato, Macron ha saputo risollevarsi, riconquistando consensi in patria, ma soprattutto fuori: nell'Ue, dove lo stallo politico tedesco gli ha permesso non solo di rinsaldare l'asse con Berlino, ma anche di proporsi come riformatore dell'Unione e dell'Eurozona (andando oltre la Germania). E anche nelle relazioni internazionali, in particolare proponendosi come leader della lotta al cambiamento climatico in opposizione al disimpegno di Trump. Fin qui, a dirla tutta, segnali di incisione sulle dinamiche europee e globali non si sono visti. Ma le attese intorno all'enfant prodige della politica transalpina restano alte per il 2018.

Tajani presidente

Per la prima volta da quando il Parlamento europeo è eletto a suffragio universale, a presiedere l'Assemblea di Strasburgo c'è un italiano: Antonio Tajani, esponente di lungo corso di Forza Italia, eurodeputato ed ex commissario Ue, è stato eletto presidente al termine di un testa a testa con l'altro italiano di spicco dell'Eurocamera, il leader dei socialdemocratici Gianni Pittella. Non appena insediatosi, Tajani ha annunciato di voler essere “il presidente di tutti” e di non voler fare “il premier Ue”, prendendo cosi' le distanze dall'interventismo politico del suo predecessore, lo sfidante della Merkel alle ultime elezioni tedesche, il socialista Martin Schulz. E in effetti, i primi mesi hanno visto Tajani rispettare in pieno il suo impegno “super partes”. Ma a poco a poco, il modus operandi è cambiato: le sue ripetute visite in Italia hanno fatto pensare a un interesse verso la presidenza del Consiglio, date le prossime elezioni politiche. E lo stesso sospetto è maturato quando Tajani ha sfidato la Bce sulla questione dei crediti deteriorati e il Consiglio Ue sulla riforma del regolamento di Dublino, temi entrambi molto a cuore al nostro paese. Se dietro ci sia o meno l'intento di proporsi per la carica di premier, lo si vedrà nei prossimi mesi. Di sicuro, l'interventismo del Tajani presidente, almeno nella sua seconda versione, non ha nulla da invidiare a quello di Schulz.   

Il caos catalano

Tra elezioni francesi, olandesi e austriache, i timori alla vigilia del 2017 erano quelli di un'avanzata dei populismi e dei nazionalismi anti-Ue. In Francia e Olanda, hanno vinto le forze pro-Bruxelles. E anche il governo di Vienna, per quanto sbilanciato a destra, ha subito precisato di avere un'agenda europeista. Semmai, il 2017 sarà ricordato per il tentativo di indipendenza della Catalogna, che in qualche modo ha rinfocolato i sogni di autonomia sparsi per l'Europa (dalle Fiandre alla Scozia). Protagonista della battaglia per la separazione da Madrid è stato senza dubbio Carles Puigdemont: da presidente della Generalitat, ha prima indetto un referendum che il governo spagnolo ha cercato di bloccare con l'uso (anche eccessivo) della forza, e poi ha chiesto al Parlamento catalano di proclamare l'indipendenza. Il premier Rajoy, a quel punto, ha sospeso i poteri dell'autonomia catalana, commissariando la Generalitat e proclamando le elezioni anticipate. Mentre i giudici spagnoli hanno denunciato per sedizione, ribellione e malversazione Puigdemont e i membri della sua giunta, ordinandone l'arresto: l'ex presidente è pero' fuggito a Bruxelles, nel tentativo di trasformare quella catalana in una questione europea. Tentativo riuscito solo in piccola parte. Dalla sua, pero', Puigdemont è riuscito a ottenere nuovamente la maggioranza alle urne, mentre Rajoy ha dovuto digerire una sonora sconfitta. Ma cosa accadrà adesso è tutto da vedere.  

Lo stallo tedesco 

Le elezioni si sono svolte nel 2017, ma a meno di miracoli dell'ultima ora, il nuovo governo tedesco vedrà vita solo nel 2018. La riconferma di Angela Merkel alla guida della Germania non è andata come si pensava alla vigilia: l'accordo con Verdi e liberali (la cosiddetta coalizione Giamaica) sembra ormai tramontato e i socialisti di Martin Schulz, dopo aver decretato la morte della Grosse Koalition, potrebbero annunciarne la resurrezione. Intanto, con una Merkel in altre faccende affaccendata, nell'Ue c'è chi spera di poter sfruttare la situazione a proprio vantaggio. Come avrebbe fatto la Francia, che ha strappato a Francoforte la nuova sede dell'Eba. Ma c'è anche chi teme che lo stallo tedesco contagi l'intera Ue.

Glifosato, un rinnovo tra polemiche, scandali e "tradimenti"

Oltre un milione di firme di cittadini preoccupati per i rischi per la salute umana e l'ambiente. Paesi Ue di peso come la Francia e l'Italia, il Parlamento europeo e un fronte eterogeneo di ambientalisti, agricoltori e politici: tutti uniti nel chiedere lo stop al rinnovo dell'autorizzazione Ue per il commercio del glifosato, l'erbicida più diffuso al mondo. Per mesi, gli Stati membri non sono riusciti a trovare un accordo e la Commissione europea sembrava pronta a procedere d'ufficio, prorogando la licenza. Anche gli agricoltori europei si sono divisi: da un lato, chi chiedeva di tutelare le produzioni bio dal contagio di erbicidi come il glifosato, dall'altro, i produttori che, senza una valida alternativa a questa sostanza, lamentavano il rischio di un aumento repentino dei costi.  
In tutto questo, una lunga scia di polemiche, generate dalle valutazioni di Eca ed Efsa (le agenzie europee per le sostanze chimiche e per la sicurezza alimentare), che hanno negato una connessione diretta tra il glifosato e il cancro, a differenza di quanto dichiarato dalla Iarc, che fa parte dell'Organizzazione mondiale della sanità, che aveva invece classificato la sostanza come “probabilmente cancerogena”. Quando, poi, si è scoperto che l'Efsa, per la sua valutazione, aveva utilizzato studi della Monsanto, ossia la multinazionale produttrice del glifosato, lo scandalo ha rischiato di travolgere Bruxelles.

A togliere tutti dall'imbarazzo ci ha pensato la Germania, che dopo essersi a lungo astenuta, ha deciso di votare a favore del rinnovo dell'autorizzazione al commercio del glifosato nel corso della seduta decisiva del Consiglio Ue. Per la precisione, è stato il ministro tedesco dell'Agricoltura, il conservatore Christian Schmidt, a dare il suo assenso al rinnovo, contravvenendo, pare, alle indicazioni della cancelliera Merkel. Ma facendo felice la Bayer, il gigante tedesco che sta perfezionando l'acquisizione proprio della Monsanto.

Terrorismo, la lunga scia di sangue

Anche il 2017, purtroppo, ha visto attentati terroristici insanguinare l'Europa. RIvendicati, vero o falsa che sia, dall'Isis. Il primo attentato è avvenuto a Londra, a pochi passi da Westminster: auto contro la folla e assalitore che tenta di entrare nella sede del Parlamento britannico, prima di venire ucciso. L'attacco è avvenuto il 22 marzo, a un anno esatto dall'attentato di Bruxelles. Ad aprile è stata la volta di Stoccolma: anche in questo caso un veicolo, stavolta un camion, contro la folla. Pochi giorni dopo tocca a un poliziotto a Parigi venire accoltellato in nome dell'Isis. Gli attentati più drammatici, pero', avverranno tra maggio e agosto: prima a Manchester, al concerto di Ariana Grande, dove un ragazzo di 22 anni di origine libiche ha fatto fuoco sugli spettatori, in gran parte giovanissimi, provocando 22 morti e 122 feriti. Il 17 agosto, a Barcellona, un camioncino fa irruzione nella zona pedonale della Rambla, provocando 15 morti. Un'altra vittima ci sarà a Cambrilis, dove un altro gruppo di attentatori, sempre in auto, investe e uccide una donna.  A ottobre, a Marsiglia, in Francia, due ragazze vengono accoltellate a morte.

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Commenti (1)

  • 10 fallimenti. Gli unici che ci mangiano sù sono Juncker e i suoi 40 ladroni pagati dalle multinazionali germaniche per imporre il Reich all'Europa del Sud. NaziUE

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