Crediti deteriorati: la montagna che pesa sull'Italia e che l'Europa vuole abbattere. Anche a rischio di nuovi fallimenti bancari 

Nel Belpaese, un terzo delle sofferenze di tutta l'Eurozona. La Bce preme per smaltirli in fretta. Governo, Abi e imprese si oppongono. E a sostegno di Roma arriva anche il Parlamento Ue. Tra ritardi atavici, speculazioni e resistenze “tedesche”, ecco la partita più preoccupante per il futuro della nostra economia

ANSA/GIUSEPPE LAMI

Una premessa: li chiamano npl, “non performing loans”, che tradotto in italiano sarebbe “prestiti non performanti”. Da noi si usano più i tergjmini “crediti deteriorati” o “sofferenze bancarie”. Tutti sinonimi dello stesso fenomeno: prestiti erogati dalle banche a imprese o singoli creditori (a volte con inusuale generosità, ma questa è un'altra storia) che gli istituti non riescono a recuperare. E' un fenomeno che ha una dimensione di normalità, fino a certi limiti, e che puo' essere governato. Ma in Italia, vuoi per la crisi, vuoi per la lentezza della giustizia civile e vuoi anche per un sistema dove spesso la cattiva gestione bancaria si associa a malaffare e malapolitica, i crediti deteriorati sono gonfiati negli ultimi anni. Fino a diventare una vera e propria montagna: alla fine del 2016 ammontavano a 324 miliardi, circa un terzo di tutte le sofferenze patite dalle banche dei paesi dell'Eurozona

La quota di prestiti più rischiosa (i cosiddetti “unlikely to pay”) ha raggiunto alla fine dello scorso anno il valore vertiginoso di 117 miliardi, che nel corso del 2017 sono scesi a 87 miliardi e dovrebbero attestarsi entro fine anno sui 65 miliardi. Cifre da capogiro che hanno spinto la Bce e gli altri Stati della zona Europa (Germania in testa) a fare pressioni sull'Italia affinché agisca con decisione e in fretta.

Le nuove linee guida Bce

Pressioni che si sono concretizzate qualche settimana fa con la pubblicazione delle nuove linee guida sui crediti deteriorati da parte della Bce. Le nuove linee rappresentano di fatto una stretta sulle sofferenze: in soldoni, a partire dal 2018, le banche dovranno liberarsi degli npl in tempi molto più rapidi rispetto al passato e non potranno utilizzare margini di discrezionalità sulla loro valutazione (cosa che ha consentito finora di ammorbidire il peso di tali sofferenze sui bilanci). Dopo sette anni, un credito deteriorato senza garanzie andrà azzerato. Per quelli senza garanzie, basteranno due anni. 

Fin qui, le nuove linee guida potrebbero anche essere digerite dal sistema italiano senza troppi mal di pancia. Il problema ruota intorno a un punto: a quali npl si applicheranno le nuove regole? Secondo una prima lettura, la stretta riguarderebbe non solo “i crediti maturati a partire dal 2018”, ma anche quelli in stock, ossia, per l'Italia, la montagna di cui sopra. Apriti cielo: dal governo al Parlamento Ue (grazie alla inusuale posizione “politica” assunta dal presidente italiano Antonio Tajani) passando per l'Abi (l'associazione delle banche) e il mondo imprenditoriale, tutti si sono sollevati contro la Bce.

I rischi per le banche italiane

In estrema sintesi, il motivo di tanta preoccupazione si puo' spiegare cosi': mantenere dei crediti deteriorati in bilancio puo' essere un'operazione non troppo dolorosa se questi ritardi negli incassi vengono spalmati e diluiti nel tempo, o rivenduti al mercato a poco a poco. In questo modo, il peso delle svalutazioni sui bilanci delle banche che li operano possono essere sopportabili, non creando grossi scossoni.
Se invece si è costretti a liberarsene in fretta, tali npl verranno venduti a prezzi più bassi (perché i mercati, fiutando la situazione di emergenza, abbasseranno le loro offerte) e nei bilanci si apriranno vere e proprie voragini. Altra conseguenza, le banche stringeranno i cordoni e saranno più restie a concedere nuovi prestiti. In danno del sistema imprenditoriale. 

Per chiudere il quadro, va sottolineato come in tutto questo ci siano delle entità che sui crediti deteriorati realizzano un business da capogiro. Già, perché ci sono società che “comprano” i debiti delle banche e che poi riescono a recuperare le somme dai debitori fino a incassare il doppio (se non di più) di quanto hanno spesso per comprare il debito.  A rendere possibili tassi di recupero superiori a quelle che le banche possono ottenere in proprio è la dotazione di software avanzati e la presenza di professionisti specializzati in queste società.

In questo momento, un npl viene venduto intorno al 16% del suo valore (solo due anni fa era sul 35%). Con la stretta della Bce, il tasso scenderebbe fino al 5%, prevedono alcuni analisti.  Secondo uno studio dell'autorevole think tank Bruguel, per le banche italiane si arriverebbe a perdite fino a 20 miliardi. Inevitabile, che in queste condizioni qualche istituto italiano potrebbe saltare. “Ci sono banche che hanno saputo mettersi al riparo da eventuali contraccolpi, ma altre sono in situazioni preoccupanti”, sottolinea una fonte vicina alla Bce. In altre parole, le nuove linee guida della Bce potrebbero provocare nuovi casi Mps. 

La reazione politica

Come dicevamo, l'Italia sta alzando la voce a Bruxelles contro queste nuove norme. E non sono bastate le rassicurazioni della stessa Bce, attraverso fonti vicine al capo della vigilanza Nouy, per cui le linee guida si applicheranno solo ai nuovi crediti deteriorati (quelli a partire dal 2018). La rabbia italiana si spiega per due ragioni: primo, perché le nuove linee guida hanno già provocato una reazione nei mercati, riducendo i prezzi delle vendite di npl in un momento in cui grandi istituti italiani come Mediobanca o Unicredit stanno accelerando. Secondo, perché la scarsa chiarezza fa il pari con un altra partita in corso, quello per il nuovo fondo europeo che dovrebbe fare da paracadute a eventuali nuove crisi bancarie.

La Commissione europea aveva proposto che il Meccanismo europeo di Stabilità (ESM), finanziato dagli Stati membri, diventi una sorta di paracadute finanziario in attesa che il Fondo europeo di risoluzione bancaria (finanziato gradualmente dagli istituti di credito) sia pienamente a regime. Ma dopo le linee guida della Bce, Bruxelles sembra aver tirato il freno.

La ragione l'ha ben spiegata il presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, parlando lunedi' alla stampa a Bruxelles (a margine del vertice dell'Eurozona a cui ha partecipato anche la Nouy): “Prima di condividere i rischi, occorre ridurli”. Si tratta della stessa filosofia ribadita più volte dalla Germania, il paese che più di tutti, sia con soldi pubblici che con quelli delle proprie banche, dovrebbe contribuire ai nuovi paracadute anti-crolli bancari. Il messaggio che sembra inviato all'Italia è il seguente: “Elimina il grosso delle sofferenze, vediamo quali istituti reggono e poi decidiamo il da farsi”.  

La reazione del governo non si è fatta attendere. Ieri, il solitamente pacato ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, dopo aver sottolineato di essere stato l'unico all'Eurogruppo a intervenire (e in chiave pare critica) sul tema degli npl, ha puntato il dito contro la Bce: le proposte sugli npl non possono diventare automaticamente delle norme, altrimenti Francoforte “supererebbe i limiti della supervisione”. Ossia, andraebbe al di là del suo mandato.

A dare un sostegno “europeo” a Padoan è arrivato il presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani, che ha commissionato uno studio giuridico che dovrebbe dare ragione al ministro italiano: eventuali nuove regole sui crediti deteriorati vanno discussi a livello legislativo, quindi in triangolazione tra le tre istituzioni Ue (Parlamento, Commissione e Consiglio). Se cosi' fosse, i tempi per eventuali strette sugli npl si dilaterebbero. Facendo respirare le banche e in generale il sistema economico italiano. 
Magari nella speranza che, vuoi per la ripresa, vuoi per il pericolo scampato, la montagna di sofferenze bancarie dell'Italia si riduca nei prossimi anni. Senza nuovi e pericolosi tentennamenti.

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