Salvini: “L’Ue ci chiede di aumentare l’Iva”. Ma a proporlo è stato lui (con Conte e Di Maio)

Il leader della Lega attacca Bruxelles sulle clausole di salvaguardia, che se attivate porteranno l’aliquota intermedia dal 22 al 25,2%. Nate con Berlusconi, sono diventate la patata bollente che i vari governi si sono passati di mano in mano. Fino a quello gialloverde, che le ha utilizzate per ottenere l’ok su reddito di cittadinanza e quota 100

“Dovete aumentare l'Iva, ci chiedono da Bruxelles, ma noi non lo faremo mai”. A pochi giorni dalle elezioni europee, Matteo Salvini promette battaglia sul rischio, sempre più concreto, di una stangata  per le tasche degli italiani: l’aumento dell’aliquota intermedia dell’imposta sul valore aggiunto dal 22 al 25,2%. Che tradotto significherebbe prezzi più alti per i consumi. E’ quanto potrebbe accadere a partire dal 2020 se il governo gialloverde non riuscirà a trovare i 23,1 miliardi necessari a rispettare gli impegni con l’Unione europea. A sentire Salvini, ancora una volta l’Europa ‘cattiva’ vuole punire l’Italia e gli italiani. Ma le cose stanno davvero così?

La "garanzia" dell'Iva

In realtà, se l’Iva aumenterà, così come successo l’ultima volta nel 2013, l’Ue c’entra poco o nulla. Semmai, la causa va cercata nelle promesse e nelle misure varate dai vari governi italiani, da Berlusconi allo stesso Conte, passando per Monti, Letta e Renzi. Oltre che nella lenta uscita del Paese dalla crisi. Tale aumento, infatti, è figlio delle clausole di salvaguardia, introdotte nel 2011 dal Cavaliere e passate come una patata bollente da un esecutivo all’altro. Con quello gialloverde a rispolverarle e a rilanciarle con un fardello aggiuntivo.

Ma andiamo per ordine. Come dicevamo, tutto inizia nel 2011. L’Italia è a rischio default e l’allora premier Berlusconi, per rassicurare i mercati sulla solvibilità del debito italiano, vara una doppia manovra correttiva. Lo fa promettendo a Bruxelles di trovare nei successivi 3 anni ben 40 miliardi di risorse fresche. E a garanzia di questa promessa decide di attivare le clausole di salvaguardia.

Le clausole sono uno strumento che un governo Ue ha per garantire il raggiungimento degli obiettivi concordati in sede europea. Il suo funzionamento è semplice: se c’è un buco nei conti rispetto a quanto previsto da una manovra, le entrate mancanti vanno coperte con misure alternative. Come l’aumento dell’Iva, per l’appunto. 

La patata bollente di governo in governo

Silvio Berlusconi, che aveva già aumentato l’Iva dal 20 al 21%, decide di porre a garanzia il taglio a una serie di agevolazioni fiscali. Il Cavaliere, pero’, non avrà tempo di agire, perché al suo posto arriva Mario Monti. Il nuovo premier riesce riesce a disinnescare buona parte del fardello (per 13,4 miliardi), ma per coprire le restante quota delle clausole, inserisce a garanzia un aumento dell'Iva al 22% a partire dal primo luglio 2013. Il successivo governo Letta eredita la patata bollente e dopo qualche tentativo di resistenza, è costretto a far scattare l’aumento. La storia delle clausole finisce qui? Per nulla.

E’ proprio Letta, prima di cedere il campanello di Chigi a Matteo Renzi, a varare una nuova clausola dal valore di 20 miliardi. Renzi la erediterà e riuscirà a sterilizzarla nel suo primo anno di governo, ma a partire dal 2016 ne varerà una nuova, dal valore di 44 miliardi. Da allora, questa clausola verrà modificata di anno in anno, di governo in governo. Fino ad arrivare sul tavolo di Giuseppe Conte e dei suoi vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Da notare, che da Renzi in poi, tutti i governi hanno impedito l'aumento dell'Iva attraverso il deficit, ossia senza tagli alla spesa pubblica. Lo ha fatto anche il governo Conte. Ecco come.

Il dilemma su reddito e quota 100 

Dopo una campagna elettorale condotta anche nel nome dello stop all’aumento dell’Iva ereditato dai governi Pd, Salvini e Di Maio hanno davanti a sé due strade: o disinnescare la clausola di salvaguardia sull’Iva rinunciando a reddito di cittadinanza e quota 100, oppure varare le due misure più care ai loro elettorati modificando ancora una volta, come fatto da Renzi e Gentiloni, la famigerata clausola. E ricorrendo ai margini di flessibilità sul deficit. Che pero' Bruxelles è stanca di concedere all'Italia.

I due leader scelgono la seconda strada, ottenendo la flessibilità sui conti da Bruxelles e assicurando agli elettori che l’Iva non aumenterà, perché prevedono che l’economia italiana avrà una crescita robusta e che le misure messe in campo dal “governo del cambiamento” porteranno risorse fresche alle casse pubbliche. Ne sono così sicuri che al fardello ereditato dal passato, aggiungono 13,1 miliardi da reperire entro il 2021, facendo lievitare la somma da trovare entro il prossimo anno a 23,1 miliardi.

Le ultime previsioni economiche, pero’, non sembrano confermare le stime fatte appena pochi mesi fa dal governo. La crescita del Pil è al palo (la più bassa in tutta l’Ue). E per evitare il mega-aumento dell’Iva servirà un miracolo, anche di diplomazia. Magari sperando in un successo elettorale che dia all’esecutivo gialloverde (o al solo Salvini) maggiore forza per trattare in Europa. E lasciare ancora una volta la patata bollente ai posteri.    

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