Conti pubblici, Russia e migranti: vertice amaro per Conte, sconfitto su tutta la linea

Le posizioni italiane ignorate sui temi più sensibili dell’ultimo summit dell’anno

ertice amaro per l’Italia, quello dei capi di Stato e di governo dell’Ue tenuto a Bruxelles per l’ultima volta nell’anno che volge al termine. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, torna a Roma con il rinnovo delle sanzioni contro la Russia per il mancato rispetto degli impegni di distensione nell’est dell’Ucraina, la richiesta di tagli alla 'manovra del popolo' per altri quattro miliardi di euro (circa il 2,44% del Pil) e la crescita del fronte contrario a ogni ipotesi di solidarietà obbligatoria nella gestione dei flussi migratori.

Manovra, resta il nodo del deficit strutturale

Le intenzioni di ridurre la portata espansiva della manovra giallo-verde vanno bene, ma non bastano. La Commissione è irremovibile sulla necessità di produrre un aggiustamento strutturale del deficit strutturale rispetto al Pil. La proposta portata a Bruxelles da Conte prevede invece un peggioramento dello 0,3%. Al netto della flessibilità che può essere accordata all’Italia per le spese eccezionali legate al dissesto idro-geologico, resta un un differenza dello 0,2%, pari a oltre tre miliardi e mezzo di euro. E mercoledì il collegio dei commissari è chiamato a decidere se avviare o meno la procedura per deficit eccessivo legata al debito. Non butta bene, insomma.

Italia sconfitta sulla Russia

Non va meglio per quanto riguarda la politica da adottare nei confronti della Russia. L’attuale esecutivo aveva espresso pubblicamente la richiesta di rimuovere le sanzioni comminate al gigante euro-asiatico per l'annessione della Crimea. Il Consiglio europeo le ha invece prolungate di altri sei mesi “all’unanimità”, annuncia il presidente dell’istituzione comunitaria, Donald Tusk. Vuol dire che Conte non ha saputo convincere i partner a cambiare strategia, e non ha saputo opporsi alla voglia di andare avanti con la linea delle misure restrittive.

Niente riforma di Dublino, addio solidarietà

Sul fronte migratorio l’Ue conferma l’indisponibilità a meccanismo obbligatori di redistribuzione di migranti. Le conclusioni non parlano di riforma del sistema comune di asilo, ma solo di politiche di rimpatri e di rinforzo delle frontiere esterne. La Romania, prossima presidenza di turno dall’1 gennaio, chiude a ogni possibilità di soluzione comune. “Le quote obbligatorie di ricollocamenti non appaiono una buona soluzione”, scandisce il presidente romeno, Klaus Iohannis. “Dobbiamo cercare altre soluzioni”, e per farlo “dobbiamo discutere ancora molto prima di trovare una strada comune”. Non se ne fa niente, insomma. E non è chiaro quale potrà mai essere la soluzione europea, semmai ve ne sarà una.

La Croazia come l’Ungheria, gestione flussi solo nazionale

Intanto la Croazia annuncia l’intenzione di voler “aver un confine forte chiuso controllato dalla nostra polizia di frontiera, nel rispetto della nostra legislazione nazionale e degli standard europei”. Vuol dire piena libertà di manovra senza interferenze dell’Ue, un modello di gestione di fatto simile a quello varato dall’Ungheria di Viktor Orban. Rigore di confine, con barriere e divieto di accessi, e nessuna disponibilità a tendere la mano a chi deve fare i conti con gli sbarchi, vale a dire Grecia e Italia.

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