Vertice Africa-Ue, la montagna che ha partorito il topolino

Doveva essere il summit della svolta, ma i negoziati si sono concentrati quasi esclusivamente sulla questione migranti: 15mila rimpatri previsti a fronte dei 700mila presenti in Libia. Senza dimenticare i 40mila rifugiati da trasferire in Europa. E del “Piano Marshall” da 44 miliardi si è persa traccia

Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni in una riunione a margine del Vertice Ue - Africa / CHIGI

Doveva essere il vertice del “Piano Marshall” per l'Africa. La svolta nelle relazioni tra l'Unione europea e l'omologa africana, l'Ua, con l'avvio di un partenariato da “pari a pari”, non più incentrato sulla logica degli aiuti allo sviluppo, ma su una cooperazione comune per la crescita sostenibile, per la lotta al terrorismo e per l'occupazione giovanile. Tante belle parole. Rimaste, pero', solo sulla carta. Già, perché il vertice tra l'Ue e l'Ua di Abidjan, in Costa d'Avorio, si è ridotto per lo più a una riunione di emergenza sulla crisi migratoria tra i paesi europei e quelli africani. E anche su questo, la montagna ha partorito un topolino.

La questione libica

Si prenda la Libia: l'intesa, sollecitata dall'Italia e cavalcata ad Abidjan dal premier francese Emmanuel Macron con il beneplacito della cancelliera tedesca Angela Merkel (che sui migranti si sta giocando il futuro governo), prevede la presa in carico di 15mila migranti attualmente detenuti nelle carceri libiche in condizioni per lo più terrificanti e, in alcuni casi, di vera e propria schiavitù, come ha denunciato un video della Cnn. Questi migranti dovrebbero essere rimpatriati nei paesi d'origine. Finora, i rimpatri sono stati 14mila, di cui un terzo in Nigeria, e sono stati curati dall'Oim, l'organizzazione internazionale delle migrazioni, che ha 160 uomini in Libia. 

Ci sono poi circa 40mila rifugiati “certificati” dall'Onu, che avrebbero il diritto alla protezione internazionale e che per questo dovrebbero essere trasferiti in Europa. Ma un piano operativo, come ha confermato oggi l'Unchr, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, non c'è ancora. Si parla di canali “sicuri”, ma il problema è prima trovare i migranti e identificarli.

I centri fantasma

A oggi, secondo l'Oim, in Libia si trova un numero impressionante di migranti, tra i 700mila e 1 milione. Quanti di questi siano nei centri di detenzione governativi è impossibile da sapere.  L'unico accordo finora operativo tra la Libia e l'Europa è quello sottoscritto dal governo italiano, con la collaborazione delle due agenzie Onu, l'Oim e l'Unchr. Peccato che al momento, queste agenzie abbiano accesso solo ai centri gestiti dal governo di Tripoli nei pressi della capitale, una decina. Ma ce ne sono almeno altri venti di cui non si sa nulla. E potrebbero essere molti di più.

Cosi' come potrebbero essere molto più di 50mila gli uomini, le donne e i bambini che hanno diritto, stando alle leggi internazionali, all'asilo. Il problema è che chi dovrebbe stabilirlo, l'Onu, non solo non ha accesso al grosso dei centri, ma anche se lo avesse si troverebbe con le mani legate: “La Libia non ha firmato la Convenzione di Ginevra – spiega Carlotta Sami dell'Unchr in una intervista a Vita - ma solo una convenzione africana sullo status di rifugiato che, basandosi su criteri diversi, al momento considera come aventi diritto solo una lista disette nazionalità: siriani, iracheni, palestinesi, somali, eritrei, etiopi di etnia Oromo e sudanesi provenienti dal Darfur. In base ai permessi che abbiamo a oggi possiamo lavorare solo con queste nazionalità. Abbiamo comunque aperto un dialogo con le autorità libiche, perché in questo modo vengono escluse persone che avrebbero bisogno di protezione internazionale, come ad esempio gli yemeniti”. Avete capito bene: gli yemeniti non sono considerati rifugiati, in barba al fatto che in quel paese vi sia la più sanguinaria guerra civile al mondo, che provoca la morte di un bambino ogni 10 minuti.  

Il nodo ricollocamenti

Ecco perché il dato snocciolato con entusiasmo dai leader Ue dei 15mila rimpatri e dell'apertura di una “struttura di transito e partenza” per i rifugiati fa sorridere amaramente. Innanzitutto, perché la pressione dei cosiddetti migranti economici è enorme e parlare di “piano di evacuazione” come ha fatto Macron richiede un sforzo di risorse e mezzi notevole. In secondo luogo, perché la questione rifugiati resta irrisolta: l'Ue finora, dei 160mila richiedenti asilo sbarcati per lo più in Italia e Grecia, si è presa carico di appena 25mila. Chi si assumerà l'onere di altri 40mila (che sono poi solo quelli “certificati” finora)?

La verità è che si naviga a vista. E forse non potrebbe essere altrimenti. “I piccoli passi possono sembrare nulla, ma hanno un loro peso se si vogliono raggiungere risultati”, ha detto pochi giorni fa Emma Bonino parlando della situazione in Libia e in Europa. Forse, ad Abidjan si è compiuto uno di questi piccoli passi. Ma i proclami della vigilia erano stati molto più roboanti.

Il Piano Marshall al palo

Il Piano Marshall dell'Ue per portare investimenti in Africa è fermo. “I paesi devono mettere i soldi”, è stato, traducendolo in modo spiccio, l'invito di Gentiloni ai partner europei. Si parla di 44 miliardi di investimenti, ma a parte i 2,9 miliardi di Bruxelles, il centinaio di milioni messo dall'Italia e i 33 di Berlino, il piatto piange. 

I paesi Ue continuano a procedere in ordine sparso, sia quando si tratta di condividere il peso dei rifugiati, sia quando si tratta di investire in Africa. Anche sul fronte della lotta al terrorismo, il vertice si è concluso con l'istituzione di una sorta di legione militare di 5 paesi africani con la guida di Parigi. Non certo un'intesa “globale”. 

La speranza è che i piccoli passi possano portare a cambiamenti nel medio e lungo periodo. Ma il summit di Abidjan non passera alla Storia per quella svolta che in tanti avevano preannunciato e che in tantissimi avevano sperato. Soprattutto chi ha ancora negli occhi le immagini della vendita degli schiavi in Libia. 

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