L'Ue non si schiera con Trump nella guerra a Huawei. L'Italia si fida di Pechino

La Casa Bianca paventa rischi per la sicurezza, ma l’Europa si divide tra chi pensa di fermare l’espansione degli asiatici e chi, come il nostro Paese, non vuole rinunciare agli investimenti sulle reti di nuova generazione

Resiste alle pressione che arrivano da oltre oceano l'Unione europea, che per il momento ha deciso di non schierarsi nella battaglia degli Stati Uniti contro la Huawei. La Casa Bianca fa pressione da mesi sulle istituzioni europee perché escludere il colosso della telecomunicazione cinese dalle loro reti di nuova generazione, destinate a rimpiazzare tutti i nostri prodotti smart. Si tratta dell’internet 5G, che manderà in pensione la vecchia generazione di cellulari, droni, sistemi di monitoraggio o di controllo del traffico e via dicendo. Maggiore velocità e possibilità di connettere in contemporanea molti più dispositivi giocano a favore dei colossi cinesi Huawei e ZTE i quali, a detta di molti esperti di telecomunicazioni, avrebbero superato la concorrenza americana aggiudicandosi il ruolo di leader mondiale nel settore.

L'allarme degli Usa

Gli americani paventano rischi per i dati sensibili e di sicurezza militare se gestiti dalle società cinesi. È bene ricordare, ad esempio, che le regole di Pechino impongono a ogni azienda privata di avere un rappresentante del Partito comunista cinese al suo interno. Stati Uniti e Cina si trovano inoltre nel bel mezzo di una “guerra” commerciale iniziata coi dazi imposti da Donald Trump su una vasta gamma di prodotti agricoli e industriali. Se ciò non bastasse, lo scorso gennaio il dipartimento di Giustizia statunitense ha incriminato Huawei e alcune sue società controllate di violazione della legge sulla proprietà intellettuale e di aver mentito sull’adempimento delle sanzioni imposte da Washington contro l'Iran.

La "terza via" di Bruxelles

Ma Bruxelles sembra intenzionata a seguire una strada diversa da quella adottata dagli Stati Uniti, che da sempre vietano l’uso delle tecnologie cinesi per le reti strategiche. La “terza via” europea vorrebbe infatti evitare di imporre divieti e lavorare su una regolamentazione che garantisca la sicurezza dei dati. L’Ue si muove verso una soluzione intermedia prendendo atto della divisione tra gli Stati del Vecchio Continente, che si sono mossi in ordine sparso nei confronti del corteggiamento tecnologico di Pechino. La Francia, ad esempio, impedisce a Huawei di fornire strumentazioni per le reti principali del Paese, una misura mirata a ridurre il rischio di sorveglianza delle comunicazioni mobili. Sulla stessa lunghezza d’onda, l’agenzia nazionale britannica per la cybersicurezza (NCSC) sta sottoponendo Huawei a controlli più stringenti, anche se non sono previsti divieti di fornitura.

In Germania nessun divieto

La cancelliera Angela Merkel ha smentito le voci che vedrebbero il Governo federale tedesco prossimo a imporre divieti, ma ha confermato le cautele nei confronti della tecnologia cinese, esprimendo timori per i dati sensibili che l’azienda potrebbe comunicare - o essere costretta a passare - al Governo cinese. La Polonia, molto vicina agli Stati Uniti nelle questioni di politica estera, sta cercando di convincere i partner europei a imporre sanzioni e ha accusato di spionaggio un alto dirigente di Huawei. Nel fronte degli scettici si è arruolata anche la Danimarca, che sta testando i controlli di sicurezza delle aziende cinesi, provocando una lettera di lamentela da parte di Huawei.  Gli altri Paesi Ue tentennano tra chi pensa a restrizioni, ma non ha ancora preso alcun provvedimento, e chi preferisce tenere buone relazioni con Pechino.

Italia accoglie gli investimenti di Pechino

Tra i Governi più “accoglienti” nei confronti degli investimenti cinesi c’è notoriamente quello italiano, che di recente ha smentito alcuna intenzione di imporre restrizioni a Huawei. Come spiegato il Corriere in un approfondimento di Milena Gabanelli, l’Italia sta di fatto affidando alla Cina gran parte della sua rete strategica. Con una quota di un terzo del mercato nazionale degli smartphone, Huawei fattura in Italia 1,5 miliardi di euro e fornisce la tecnologia necessaria per i servizi di circa 16mila uffici postali sparsi per tutto il Paese. Nel 2016 Huawei ha investito sul territorio 162 milioni e oggi finanzia due centri di ricerca: quello di Segrate, specializzato in ponti radio per le reti mobili e nello sfruttamento di altissime frequenze, e quello di Pula, vicino a Cagliari, dove i cinesi hanno investito 20 milioni per lo sviluppo delle smart city. Proprio in Sardegna, Huawei ha grandi progetti in corso per fare dell’isola la prima smart region. Il Corriere riporta, però che alcuni fonti di intelligence “riferiscono che la Sardegna è anche un osservatorio prezioso, ospitando basi militari ed essendo il luogo in cui si esercitano tutti i reparti Nato europei”. Questo fattore provocherebbe preoccupazioni agli alleati dell’Italia, che, viste le previsioni sull’economia, difficilmente potrà resistere agli investimenti cinesi.

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