Il ‘trucco’ della Russia: poche vittime di Covid perché derubricate in polmonite

Due quotidiani britannici diffondono le notizie che arrivano dagli ospedali russi. I medici denunciano l’escamotage o la negligenza nei registri dei decessi. Riportati anche alcuni suicidi sospetti tra primari e personale sanitario

Photo by Kirill KUDRYAVTSEV / AFP

I racconti del personale sanitario di una piccola regione russa stanno facendo il giro del mondo. Medici e infermieri sono riusciti a squarciare il velo del silenzio calato sui casi di Covid-19 nella Federazione Russa, a partire dallo Stato del Daghestan, che conta tre milioni d’abitanti sparsi nel lembo di terra che separa la Cecenia dal Mar Caspio. I dottori, secondo quanto riporta la testata britannica The Guardian, rivelano che il bilancio delle vittime è “tragicamente elevato”, seppure camuffato sotto altre patologie. Mente le stime ufficiali parlano di 36 morti per coronavirus, gli stessi funzionari di Governo ammettono che ad aprile oltre 600 persone risultano decedute di “polmonite”.

Le vittime 

Ziyatdin Uvaisov, a capo della ong locale Patient Monitor, sostiene che nelle città ogni giorno perdono la vita dalle cinque alle sette persone, con punte di venti vittime giornaliere nelle zone più colpite dal virus. Almeno sei medici - rivela il The Guardian - sono morti in un singolo ospedale nella città di Khasavyurt. Una dottoressa del reparto di cardiologia ritiene che la maggior parte dei medici aveva contratto il coronavirus e che un “numero considerevole” di loro è morto. Anche la donna afferma di aver contratto il virus.

Il contagio

La fonte del Guardian afferma che la prima ondata di pazienti avrebbe contratto il virus dopo aver partecipato a un funerale di un'altra vittima di coronavirus. Al culmine della crisi, il centro ospedaliero avrebbe esaurito l'ossigeno per curare tutti i pazienti e si sarebbe trovato impossibilitato a ottenere i risultati dei test per confermare le diagnosi di coronavirus. “C'era una colossale carenza di medicine e attrezzature - ha detto la donna - non ci saremmo mai aspettati ondate di pazienti come questa”.

Le rivelazioni dell'Independent

Le rivelazioni che riguardano l’emergenza su scala locale riportate dal The Guardian vengono in un certo senso ‘completate’ dal contesto nazionale russo descritto dall’Independent, un altro quotidiano britannico. Secondo il giornale inglese, “un cocktail di sensi di colpa, segretezza e capri espiatori” hanno esacerbato gli animi delle autorità russe, distraendole dalla necessaria lotta alla pandemia. Si riportano quindi una serie di morti sospette che hanno visto come vittime medici ed esperti.

La dottoressa dei cosmonauti

“Fino alla sua morte prematura - scrive l’Independent - Natalya Lebedeva era l’esperta direttrice del servizio di ambulanza di Star City, l'avamposto di addestramento dei cosmonauti a quindici miglia a est di Mosca”. “Lebedeva - prosegue l’articolo - è morta dopo essere caduta dal quinto piano di un ospedale nel sud-est di Mosca, dove aveva ricevuto cure per Covid-19. Aveva 48 anni”. Secondo un collega, alla Lebedeva era stato affidato l'incarico di ricoverare pazienti Covid-19 a Star City. “Sfortunatamente, è stata infettata durante le operazioni (di ricovero, ndr) e ha involontariamente fatto parte di una catena di infezioni che hanno portato al ricovero in ospedale di quasi due dozzine di persone”. Il collega della Lebedeva, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha confermato all’Independent che i superiori avevano incolpato Lebedeva per non aver contenuto il virus localmente. Questo sembra averla portata a togliersi la vita.

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Il caso in Siberia

“Solo un giorno dopo l'apparente suicidio di Lebedeva - prosegue il giornale britannico - un secondo medico sarebbe caduto dal quinto piano di un ospedale”. Si tratta di Yelena Nepomnyashaya, 47 anni, a capo dell'ospedale dei veterani nella città siberiana di Krasnoyarsk, deceduta una settimana dopo per le ferite riportate nello schianto. “Una fonte dell'ospedale dei veterani - scrive l’Independent - ha descritto la manager come un individuo ottimista, apprezzato dal personale”. La donna avrebbe manifestato la sua preoccupazione per un piano imposto dalle autorità locali di dedicare parte dell’ospedale alla gestione dei casi di Covid-19. La dottoressa riteneva che l’ospedale non fosse pronto, dal momento che contava su un solo ventilatore polmonare e scorte inadeguate di dispositivi di protezione. Fino all’ultimo avrebbe tentato di equipaggiare il centro in maniera più adeguata.

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