"Le tasse sulle sigarette non hanno ridotto i fumatori". E l'Ue chiede di alzarle

Secondo uno studio della Commissione, i 27 Stati membri incassano ogni anno circa 93 miliardi tra accise e Iva sul tabacco. Ma 1 europeo su 4 continua a fumare

L'aumento delle tasse sulle sigarette registrato negli ultimi anni nell'Ue non ha avuto l'impatto sperato sul numero di tabagisti. A fronte dei circa 93 miliardi che ogni anno i 27 Stati membri incassano nel complesso da accise e Iva, ben il 26% delle popolazione continua a fumare. Una percentuale che sale al 29 tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni. E' quanto emerge da uno studio della Commissione europea, che, tra le altre raccomandazioni, invita i Paesi Ue ad aumentare le tasse, soprattutto sul tabacco sfuso e sulle e-cigarette. 

Quanto lo Stato incassa dal fumo

Lo studio mira a valutare gli effetti della direttiva Ue del 2011, nata per armonizzare la tassazione del tabacco nell'Ue e contrastare il tabagismo. Obiettivi che sono stati raggiunti solo in parte. Di sicuro, c'è che le tasse sulle sigarette sono una leva fiscale molto ghiotta per i Paesi Ue. Nel 2016, solo con le accise sono stati intascati nei 27 Stati circa 71 miliardi. Con l'Iva, il bottino è salito a 93 miliardi, ossia il 4,4% di tutte le entrate fiscali dell'Ue. 

L'Italia si piazza al di sotto della media europea per peso delle tasse sulle sigarette sul totale delle entrate fiscali: nel 2016, ha intascato circa 14 miliardi, che rappresentavano il 2,8% del totale incassato dalle varie imposte. Secondo la Commissione, il nostro Paese è tra quelli considerati a "media-tassazione", il che è dovuto principalmente al basso valore delle accise, ossia la quota che grava sui produttori. Lo Stato membro che guadagna di più dalle tasse sulle sigarette in termini assoluti è la Germania, con circa 18 miliardi, seguita dalla Francia e, al terzo posto, dall'Italia. 

Il mercato interno delle sigarette 

Uno dei problemi di fondo della direttiva è la mancata convergenza dei prezzi dei pacchetti. Il costo medio varia da 2,57 euro in Bulgaria a 11,37 euro in Irlanda. In Germania si fiorano i 9 euro, in Francia il costo medio è di 7,78 euro. In Italia, ci si ferma a 4,78 euro. Le differenze tra i vari Paesi, avverte lo studio, hanno favorito gli acquisti transfrontalieri: "La disparità di tasse (e quindi di prezzi) sta permettendo un commercio molto redditizio e facile di prodotti a base di tabacco più economici attraverso i confini all'interno dell'Ue". Inoltre, resta preoccupante l'incidenza del contrabbando: tra il 2010 e il 2016, i governi Ue hanno perso 5,5 miliardi a causa del commercio illegale di sigarette. In Italia, la stima è di una perdita di 608 milioni di mancate entrate fiscali.

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I tabagisti si riducono, ma di poco

Ma come dicevamo, l'obiettivo della direttiva Ue non è tanto (o solo) l'aumento degli introiti per lo Stato, ma disincentivare il consumo. Cosa che sta avvenendo in tempi più lenti del previsto: se nel 2012 la percentuale di fumatori nell'Ue era del 27,9%, nel 2017 la quota era scesa solo al 25,9%. L'Italia si piazza di poco sotto la media Ue (intorno al 17%). Inoltre, i consumatori si stanno sempre più spostando verso il tabacco sfuso e le e-cigarette, che godono di tassazioni decisamente ridotte rispetto al classico pacchetto di sigarette. In particolare, sulle e-cigarette si assiste a una crescita di consumatori un po' in tutta l'Ue. La Francia è il primo mercato di questo prodotto, seguito dall'Italia e dalla Germania.

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