Tajani difende Di Maio: “Il tetto del 3% del deficit non è un dogma”

Il presidente del Parlamento europeo: "Regole vanno rispettate ma si possono cambiare". E attacca il commissario Ue Moscovici: “Intervenire in campagna elettorale crea agitazione” 

"Le regole vanno rispettate, ma possono essere cambiate: non credo che il 3% (del rapproto deficit/Pil) sia un dogma di fede". Il presidente del del Parlamento europeo ed esponente di spicco di Forza Italia, Antonio Tajani, si schiera con quel fronte di politici italiani che chiedono di rivedere il limite previsto dal Patto di Stabilità per cui la differenza tra le spese e le entrate di un paese membro non possono superare la soglia del 3% del prodotto interno lordo di quel paese. Una proposta avanzata, tra gli altri, dal candidato premier del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, e che ieri il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici ha definito “un controsenso”, suscitano un vespaio di polemiche in una Italia in piena campagna elettorale. 

Il Patto di stabilità

Nel botta e risposta a distanza tra la Commissione e Di Maio, Tajani sembra schierarsi con quest'ultimo: il 3% “non è un dogma di fede, è una regola. Che va rispettata ma che può essere cambiata”, ha detto a Strasburgo. "Se si sfora" ha aggiunto, "cosa che la Francia ha già fatto con l'autorizzazione del resto dell'Ue, non bisogna farlo per aumentare il debito pubblico. La possibilità di sforare il tetto deve essere utilizzata per la crescita, per gli investimenti in infrastrutture e per investimenti per il lavoro. Ci deve essere un obiettivo, non deve essere una scusa per avere una finanza allegra, ma per fare l'esatto contrario: confondere il rigore con l'austerità è un errore, così come confondere la flessibilità con la finanza allegra”. 

Le parole di Moscovici 

Sulle parole di Moscovici, poi, l'ammonizione è chiara: “Se un commissario europeo interviene in campagna elettorale crea dell'agitazione. Se fossi stato in Pierre Moscovici, sarei stato più prudente nell'esprimermi" sull'Italia, "perché facendo dichiarazioni si rischia di ottenere l'effetto opposto di quello che si vuole ottenere". 
 

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