Spagna, Sánchez vince ma non ha la maggioranza. E ora che succede?

I socialisti di nuovo primo partito, ma non hanno i numeri per governare. Avanza la destra nazionalista di Vox e crollano i liberali. Tra gli scenari possibili, quello della grande coalizione coi "nemici" popolari

Pedro Sanchez. Foto Ansa, EPA:Juanjo Martin

Cambiano le percentuali, ma non la sostanza. All’indomani delle elezioni anticipate, la Spagna si sveglia nuovamente senza una maggioranza in Parlamento. Calcolatrice alla mano, l’unico Governo bicolore possibile è quello "rossoblu", che metta assieme i due rivali di sempre della democrazia spagnola: Partito socialista e Partito popolare. E se l’editoriale del quotidiano El Mundo auspica questa prospettiva, dalla piazza dei vincitori senza maggioranza il leader socialista Pedro Sánchez ha fatto sapere di voler dare “un Governo progressista” alla Spagna. Impresa non semplice, dal momento che il voto di domenica ha visto accentuarsi la frammentazione della politica iberica. I socialisti e la sinistra radicale di Unidas Podemos non hanno i numeri per governare assieme e dovrebbero chiedere aiuto alle forze indipendentiste e regionaliste che, messe assieme, si sono aggiudicate oltre l’11% delle preferenze. Nessuna maggioranza è invece possibile a destra, con la somma tra liberali, popolari e nazionalisti ferma a soli 150 deputati su 350.

I risultati: bene popolari e Vox

A sei mesi di distanza dalla prima consultazione, che aveva visto arrivare primi, ma senza i numeri per governare, i socialisti guidati da Pedro Sánchez, la sensazione per gli elettori spagnoli è quella di un déjà-vu. Il Partito socialista prende il 28% e si porta a casa la pattuglia più numerosa di deputati, ma perde tre seggi (da 123 a 120) rispetto alle elezioni di fine aprile. Ad avanzare sono soprattutto le destre, quella tradizionale del Partito popolare e quella più estrema e nazionalista, rappresentata da Vox. Se da una parte il Pp è riuscito a riaffermare la propria leadership nell’arco politico conservatore, riportandosi sopra il 20%, i nazionalisti alleati di Giorgia Meloni al Parlamento europeo superano quota 15%, diventando la terza forza politica del Paese.

Crollano i liberali

Se il carro dei vincitori appare affollato, a poche ore dalla chiusura dei seggi è già chiaro chi sono gli sconfitti. Ciudadanos, formazione liberale di centrodestra, passa dall’exploit di aprile (15,8% e 57 deputati) alla debacle di novembre, fermandosi a un modesto 6,8% e riducendosi a forza parlamentare minoritaria di soli 10 seggi. Le dimissioni del giovane leader, Albert Rivera, sono arrivate nel corso della stessa notte elettorale, che in un colpo solo ha visto tramontare le sue speranze di affermazione come forza egemone del centrodestra e sorgere parecchi dubbi sulla strategia degli ultimi mesi. All’indomani delle elezioni di aprile, Rivera avrebbe potuto aprire il dialogo con Sanchez per la formazione di un Governo “rossoarancio” sostenuto da socialisti e liberali. Lo stallo nei negoziati ha però convinto i socialisti a tornare alle urne, sperando di incrementare il vantaggio sulle altre forze politiche. 

Sinistra e indipendentisti

Così non è stato, e oltre ai tre seggi persi dai socialisti, la sinistra spagnola perde anche 7 parlamentari della formazione di sinistra radicale Unidas Podemos. Forte affermazione in Catalogna per l’Esquerra Republicana, che potrà contare su 13 deputati indipendentisti a Madrid. 

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