Schlein: “Salvini si oppone alla redistribuzione dei rifugiati, fa i compiti di Orban”

Intervista all’eurodeputata di Possibile che attacca la Lega: “Opponendosi alla riforma di Dublino da prima gli italiani è passata a prima l’ungherese”

“È assurdo, la riforma del diritto d'asilo è incredibilmente favorevole ai Paesi che si trovano sui confini caldi come l'Italia”. L’eurodeputata Elly Schlein, tra le relatrici del testo che punta a cambiare le regole di Dublino, non si capacita del fatto che il superamento del regolamento europeo sull'asilo, in forza del quale al momento il primo Paese d’arrivo del migrante deve farsi carico del rifugiato (e di tutti i costi connessi alla sua accoglienza e integrazione), non sia stato ancora approvato dagli Stati membri. La riforma prevede che il criterio del primo Paese d'ingresso sia cancellato per far posto a “un meccanismo permanente e automatico di ricollocamento che obblighi tutti i Paesi europei a fare la propria parte sull’accoglienza”. Approvata all’Eurocamera “con una maggioranza dei due terzi, che va dall’estrema sinistra alla gran parte dei popolari”, ricorda la Schlein con una punta d’orgoglio, la riforma non è mai entrata in vigore perché deve essere approvata anche dagli Stati membri. L'eurodeputata eletta con il Pd e poi passata a Possibile seguendo Giuseppe Civati, punta il dito contro il leader della Lega e ministro dell'Interno Matteo Salvini.

Tra i Paesi che remano contro la riforma c’è anche l’Italia.
La riforma giace sul tavolo dei governi Ue dal 4 maggio 2016, giorno del mio compleanno. Non lo posso dimenticare perché è stato un regalo piuttosto amaro. Salvini deve spiegare perché su questa fondamentale vicenda per il nostro Paese stia sacrificando gli interessi nazionali, di cui tanto si erge a difensore, sull’altare delle sue alleanze politiche con l'Ungheria e con i nazionalisti di estrema destra del resto d’Europa. Sta facendo i compiti del premier ungherese Viktor Orban.

Le nuove ostilità in Libia potrebbero avere conseguenze anche per l'Europa. Fayez al-Sarraj parla di 800 mila migranti pronti a partire. Cosa dovrebbe fare l'Italia?
Innanzitutto, sarei cauta con queste stime. In generale serve una soluzione pacifica e duratura. Purtroppo in questa vicenda l’Unione europea non riesce ad avere una voce sola e forte, e questo rischia di condannarla all’irrilevanza quando altri grandi attori si affacciano con i propri interessi sull’area. Solo due anni fa eravamo in diversi, in questa sede, a far notare che la strategia di supportare la Guardia costiera libica che - come hanno fatto emergere alcune inchieste giornalistiche - è pesantemente infiltrata dalle milizie, non era una strategia senza conseguenze dal punto di vista della stabilità politica dell’area.

E quindi come reagire ad un’eventuale ripresa consistente dei flussi?
La risposta è sempre la stessa e prescinde paradossalmente dell’intensità dei flussi. Ed è la solidarietà europea interna e la condivisione equa di responsabilità. Due principi che non dobbiamo cercare lontano perché si trovano già scritti nei trattati europei agli articoli 78 e 80. Se venisse approvata la nostra riforma di Dublino le cose sarebbero differenti.

In quel caso come verrebbero gestiti gli arrivi dei richiedenti asilo?
Avremmo un sistema in cui la responsabilità per la maggior parte delle richieste d’asilo di chi sbarca non è in capo al primo Paese d’arrivo. Avremmo quindi cancellato quel criterio che, nell’arco degli ultimi vent’anni, ha lasciato le maggiori responsabilità sull’asilo a quei Paesi che si trovano ai confini caldi dell’Unione, come l’Italia e la Grecia. Al contempo, avremmo valorizzato i legami significativi in altri Stati Ue dei richiedenti asilo. Che sono persone, non pacchi che noi possiamo lasciare in un Paese a caso. È una riforma che darebbe davvero una risposta strutturale.

L'Italia quindi potrebbe trovarsi di nuovo a dover gestire da sola tutti gli sbarchi?
Sì, i gialloverdi si sono tirati la zappa sui piedi opponendosi alla riforma. Da un punto di vista italiano non c’è nessuna ragione per votare contro. Le argomentazioni che ha utilizzato il Movimento Cinque Stelle sono informazioni false. Delle fake news, che non trovano alcun riscontro sulla base del testo approvato, basta leggerlo. Non si capisce il loro atteggiamento, e non si capisce l’ipocrisia della Lega, che pure si è astenuta, e che votò contro i 160mila ricollocamenti dall’Italia e dalla Grecia, e oggi si lamenta che l’Europa non faccia abbastanza. Un ministro che dice che non è una priorità quella riforma o non sa di cosa sta parlando oppure sta facendo gli interessi di qualcun altro. Altro che prima gli italiani. Mi sembra che venga prima l'ungherese.

Insieme ai migranti dalla Libia c'è chi teme possano arrivare anche militanti dell'Isis. Lei vede un allarme terrorismo in Italia?
Mi preoccuperei intanto di come trovare un ruolo dell’Unione per evitare l’inasprimento di una situazione già molto critica. Non è che l’Unione non abbia delle leve per evitare che la situazione vada ad acuirsi e a peggiorare ulteriormente. Se poi ci sarà una crisi umanitaria bisognerà trovare un modo di rispondere sia sul campo sia per smettere di lasciar morire le persone in mare. Alcuni hanno fatto della retorica sul rischio che i terroristi arrivassero sui barconi. Finora, francamente, non mi sembra che vi sia stata alcuna evidenza di fatto che questo sia accaduto.

La legislatura europea è ormai agli sgoccioli e lei ha scelto di non ricandidarsi. Quale bilancio fa di questa esperienza?
Sono orgogliosa di avere raccolto una maggioranza così trasversale su un tema così divisivo come quello della riforma di Dublino, un tema che mette a repentaglio la tenuta dell’Unione, non per gli arrivi, ma per l’incapacità di questi Governi di dimostrare solidarietà interna come chiedono i trattati. Vedere che su tale tema, questo riforma ha trovato una risposta europea a un problema che nessuno Stato membro può affrontare da solo, dimostra a cosa serva l’Ue e a cosa serva questo Parlamento, dove prevale davvero il metodo comunitario e l’interesse comune diversamente da quanto accade in Consiglio Ue, dove siedono le stesse nazionalità e le stesse famiglie politiche. Ma anziché sedersi gli uni di fronte agli altri, si girano al contrario in quel tavolo rotondo, sedendosi tutti di fronte alla loro opinione pubblica nazionale, incapaci di dare ai cittadini europei le risposte necessarie davanti a quelle sfide. 

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