Libia, ong contro Ue e Italia: finanziano trafficanti, abusi e torture

Concord e Cini: La detenzione è diventata un'industria che sostituisce in parte quella della tratta. Dietro a questa industria il governo al-Sarraj e le milizie, sostenute dai fondi dei programmi europei ed italiani di stabilizzazione. Mogherini: noi rispettiamo i diritti umani

Centro di detenzione in Libia. ANSA/ FERMO IMMAGINE RAI3

Fondi Ue ed italiani che “rischiano” con una certa probabilità di finire a finanziare tratta, abusi e torture sui migranti bloccati in Libia. E’ questo il panorama tracciato dal ‘Rapporto di monitoraggio sul Eutf, il Fondo Fiduciario d’Emergenza per l’Africa e sul Migration Compact dell’Unione Europea in Libia, Niger ed Etiopia’ firmato dalla rete europea di Ong dello sviluppo Concord e dal Cini, il Coordinamento italiano Ngo internazionali. “Le politiche di finanziamento dell’Ue in Libia potrebbero involontariamente contribuire ad alimentare il respingimento e l’affollamento dei migranti nei campi di detenzione, ad inasprire le pratiche di violazione dei diritti umani e a rafforzare le milizie locali”, si legge nel testo. “L’Italia – si legge ancora - è stata fortemente criticata per la sua politica di gestione delle migrazioni in Libia, in particolare per il suo impatto sui diritti umani dei migranti e per la mancanza di soluzioni che possano fornire alternative sostenibili per i migranti". Dopo le accuse dell'Onu e le inchieste giornalistiche sui migranti venduti come schiavi, un nuovo capo di accusa sulle condizioni di detenzione in Libia e, di conseguenza, sugli accordi con Ue ed Italia che di fatto finanziano questo sistema. 

Interconnessioni tra governo, milizie e tratta di esseri umani

Partendo proprio dal sostegno dato dall’Italia e dalla Ue al governo di al-Sarraj, ma anche ad altre milizie che controllano parte del territorio libico, il rapporto ricorda che “diversi studi hanno messo in luce le interconnessioni tra il governo locale, le forze di sicurezza e le milizie, e il loro coinvolgimento nelle attività di tratta e traffico di esseri umani”. “Sono stati riportati casi che vedono coinvolte le autorità libiche, inclusa la Guardia costiera, in gravi abusi dei diritti umani dei migranti, sia in mare sia nei centri di detenzione”. In particolare vengono segnalati “percosse e spari contro i migranti, rifiuto di soccorso alle imbarcazioni di migranti nel Mar Mediterraneo, attacchi alle navi di salvataggio, detenzione illegale...”. In questo quadro i fondi comunitari, “grazie al sostegno che forniscono alle forze di sicurezza interne libiche, rischiano di contribuire indirettamente a tali pratiche”.

“il finanziamento dell’UE alla Guardia costiera libica, colpevole di violazioni dei diritti umani, è preoccupante”.

Marwao Mohamed, Amnesty International.

Secondo quanto riportato nell’ultima relazione dell’Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati, “i migranti che arrivano in Italia continuano a segnalare abusi diffusi dei diritti umani avvenuti in Libia, tra cui violenze sessuali, torture e rapimenti con richieste di riscatto”. Diversi rapporti denunciano le condizioni di vita spaventose nei centri di detenzione libici, gli uomini di al-Serraj ne controllano alcuni mentre nell’ultimo anno sono diversi centri di detenzione illegale gestiti dalle milizie. I detenuti sono tenuti in piccoli recinti, sono privati del cibo, di cure mediche, dei servizi igienici e dell’acqua, e molti muoiono di fame, malattie o a causa dei pestaggi subiti dalle guardie.

Le donne e le ragazze che transitano attraverso la Libia sono particolarmente vulnerabili e corrono rischi molto elevati di diventare vittime di tratta o di violenza sessuale da parte dei trafficanti o dei gruppi armati, come riportato, sottolinea il rapporto, anche dallo staff medico dei centri di accoglienza in Italia. Secondo l’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, “i primi sei mesi del 2017 confermano (…) un aumento previsto del 600 per cento delle vittime potenziali di traffico ai fini dello sfruttamento sessuale, arrivate in Italia percorrendo la rotta del Mediterraneo Centrale”. Le violenze sessuali non sono però solo al femminile, ma colpiscono ancora uomini e ragazzi.

L’industria della detenzione

Il lancio del Fondo Fiduciario d’Emergenza per l’Africa della Ue, si legge ancora, “ha creato forti aspettative in Libia e tutti gli attori vogliono una parte della torta”. Ma qual è la torta? “Per dimostrare il loro impegno nel contrastare il fenomeno della migrazione irregolare e attrarre i fondi comunitari”, riporta lo studio, gli attori nazionali e locali libici “hanno sostituito parzialmente l’industria del contrabbando e della tratta con l’industria della detenzione, sfruttando e abusando dei migranti”. E nel frattempo le operazioni non è che si siano granché ridotte, piuttosto si sono spostate in Tunisia.

Il reddito generato nelle città costiere libiche dal contrabbando di uomini è stimato tra i 275 e 325 milioni di euro all'anno, una somma di denaro che non viene bilanciata dai programmi di stabilizzazione e sviluppo comunitari, lenti a dare i loro effetti, e che viene invece recuperata con l'industria della detenzione.

Riammissioni poco volontarie

Quanto al programma di riammissione, che secondo la Ue è un "successo", avendo portato al rientro volontario di 2 mila migranti nei loro paesi di origine, “le interviste con le ONG locali che partecipano alle attività di ritorno e di riammissione – afferma invece lo studio -hanno messo in luce le pratiche dubbie con cui i migranti sono stati costretti dal personale dei centri del Dipartimento Libico per la Lotta alla Migrazione Irregolare (DCIM) a firmare il Ritorno Volontario Assistito (AVR)”.

Fondi Ue non per la stabilizzazione ma per le rotte migratorie

Secondo il rapporto delle Ong, non sono le esigenze generali di sviluppo e di protezione della Libia a guidare l’assegnazione dei contributi. “I progetti europei sono stati infatti disegnati appositamente per le rotte migratorie, dal Sud a Tripoli (Sabha, Zintan, Misurata e Tripoli), e le piccole città passano in secondo piano rispetto alle città principali”. Partendo da interviste ai funzionari Ue, gli operatori umanitari affermano che "le località sono state pre-selezionate dalla delegazione Ue in Libia e i partner internazionali hanno avuto la possibilità di cambiare solo alcuni comuni secondo le esigenze rilevate sul campo". “Questa strategia, basata su misure a corto termine e sulla grave mancanza di soluzioni a lungo termine, ha conseguenze significative per le persone vulnerabili in Libia: l’Ue dovrebbe ripensare profondamente la sua cooperazione con il Paese, assicurandosi che non venga dato sostegno alle autorità libiche che commettono abusi dei diritti umani, e facendo in modo di contribuire efficacemente alla stabilità a lungo termine del Paese e alla protezione di coloro che ne hanno bisogno”.

Mogherini: la nostra priorità sono i diritti umani. 

Accuse a cui ha risposto ieri, indirettamente, l'Alto rappresentante per la politica estera e di difesa della Ue Federica Mogherini. "Il lavoro della Ue punta solo ed esclusivamente di salvare vite umane, migliorare le condizioni di vita dei migranti in Libia, assicurare la protezione a chi può chiederla e la possibilità di rientrare nelle proprie comunità per chi vuole". 

"Ciò che facciamo con la gestione delle frontiere", ha affermato ieri Mogherini a margine della Conferenza di alto livello sull'Africa tenutasi al Parlamento Ue, "è una piccola parte del lavoro che facciamo sulla Libia, la maggior parte del nostro lavoro è diplomatico per superare l'impasse e stabilizzare il paese. Siamo tra le poche potenze al mondo che mettono i diritti umani al centro della nostra poitica estera, la nostra priorità è che la nostra politica di sviluppo sostenga i diritti umani e lo stato di diritto".

La società civile deve monitorare

"Oggi la Commissione Europea - sottolinea Andrea Stocchiero, advisor esperto di Migrazioni per Concord Italia e Cconcord Europe -ha assicurato l'attenzione a un uso dei fondi in linea con i principi dell'efficacia dell'aiuto e per il rispetto dei diritti umani, ma riconosce i problemi di applicazione in paesi delicati come Niger e Libia. La societa' civile ha un ruolo essenziale nel monitorare l'applicazione e nell'orientare la spesa per i diritti umani e dei migranti". 

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