Protesi contaminate e pacemaker difettosi, inchiesta 'Implant files' fa tremare l’industria sanitaria

Negli ultimi dieci anni oltre 82mila persone hanno perso la vita a causa di questo tipo di problemi. La denuncia del Consorzio internazionale dei giornalisti: “Mancano controlli pubblici, ci si affida ai privati”

Ansa EPA/MAREK ZAKRZEWSKI

Una nuova inchiesta del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi mette seriamente in dubbio l’efficacia dei controlli su protesi ortopediche, pacemaker, defibrillatori, cateteri e una lunga serie di prodotti dell’industria sanitaria che nascondono rischi altissimi per gli ignari pazienti su cui vengono impiantati. Si chiama “Implant files” il lavoro sulle protesi sanitarie pubblicato dall’Espresso, partner italiano del Consorzio che ha curato, tra le altre, la delicata inchiesta sui “Panama Papers”.

L’Agenzia americana per gli alimenti e i medicinali ha calcolato che negli ultimi dieci anni 82.742 persone hanno perso la vita a causa di protesi contaminate o pacemaker difettosi, mentre i feriti sono 1.703.649, di cui quasi 300mila solo nell’ultimo anno. Il ritiro di prodotti sanitari ha riguardato di recente solo le protesi al seno dell’azienda francese Pip contenenti silicone tossico e i prodotti ortopedici della multinazionale americana Johnson & Johnson, che è stata condannata anche a pagare risarcimenti milionari. “Nonostante questi allarmi”, denuncia l’Espresso, “in Europa non esistono controlli pubblici prima dell’impianto: per vendere qualsiasi congegno da inserire nei pazienti, basta una certificazione rilasciata da società private, scelte e pagate dagli stessi fabbricanti”.

“Paradossalmente il mercato delle auto è più controllato”, sottolinea il settimanale diretto da Marco Damilano. “In caso di guasti o difetti di fabbricazione, una casa automobilistica può rintracciare tutti i clienti e richiamare interi blocchi di vetture a rischio”, proseguono i giornalisti del Consorzio, che denunciano invece un quadro normativo più permissivo per i congegni sanitari difettosi inseriti nei pazienti. Sull’onda degli scandali degli ultimi anni l’Unione europea ha adottato una legislazione più severa che però non entrerà in vigore prima del 2020.

“Dobbiamo accelerare l'attuazione delle nuove regole”, scrive l’eurodeputata Miriam Dalli, portavoce del gruppo dei socialisti e democratici per la salute. “Chiediamo alla Commissione europea di assicurarsi che gli Stati membri dispongano di tutte le risorse e la capacità per far funzionare il nuovo sistema in tempo”, prosegue Dalli. La parlamentare europea sostiene che “i dispositivi saranno completamente tracciabili con l'introduzione di un numero Udi (Unique Device Identification), quindi in futuro sapremo quale dispositivo è stato impiantato in quale paziente”. Dalli spiega inoltre che le nuove regole garantiranno “un sistema di allerta tra gli Stati membri dell'Ue per assicurarsi che, una volta rilevato un prodotto non sicuro in un determinato Paese, gli altri Stati membri siano informati in tempo e avvertano i potenziali pazienti colpiti”.

Prima che si possano apprezzare i progressi della legislazione comunitaria, i cittadini italiani ed europei dovranno accontentarsi degli strumenti messi a disposizione dal Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi, come il database dei dispositivi killer consultabile sul sito dell’Espresso.

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