Prezzi dei medicinali alle stelle, come le lobby di Big Pharma bloccano l'Ue

Belgio, Olanda e altri 7 Paesi europei hanno creato una coalizione per abbattere la spesa pubblica farmaceutica facendo fronte comune contro le multinazionali. L'Italia ha proposto una soluzione simile all'Oms. Tutti lamentano il peso sui bilanci. Ma Bruxelles è ferma al 1989

Nella ricca Olanda il governo si è trovato costratto a sospendere l'acquisto di un farmaco immuno-oncologico: costava 13.600 euro al mese. Nel 2018 la Norvegia ha dovuto rifiutare il 51% dei nuovi farmaci sul mercato a causa di prezzi troppo elevati. Si spiega anche da questi casi il motivo per cui Amsterdam e Oslo abbiano deciso di unirsi ad altri 7 Paesi europei per creare una coalizione capace di fare pressioni sulle grandi case farmaceutiche e abbattere i costi dei medicinali. Che gravano sulla spesa sanitaria tra il 7% e il 41% dei costi totali.

La coalizione 

La coalizione comprende, oltre ai due Stati già citati, anche Belgio, Lussemburgo, Portogallo, Svezia, Danimarca, Svizzera e Irlanda, ed è stata ribattezzata "International Horizon Scanning Initiative". I Paesi aderenti condivideranno una banca dati centrale per identificare sfide future, stabilire priorità, anticipare opportunità. I diversi governi collaboreranno per negoziare con le aziende farmaceutiche al fine di contenere i prezzi. "I pazienti avranno un accesso più rapido a farmaci innovativi, di alta qualità e convenienti", afferma la ministra belga Maggie De Block. "Meglio siamo preparati per l'arrivo di nuovi trattamenti, prima possiamo renderli disponibili per i nostri pazienti una volta che sono sul mercato. In un settore internazionale come quello farmaceutico, unire le forze è fondamentale", afferma.

La proposta italiana

Un'idea condivisa anche dall'Italia, che non aderisce all'iniziativa, ma che nel febbraio scorso, con l'ex ministra della Salute Giulia Grillo, aveva presentato all'Organizzazione mondiale della sanità una proposta di risoluzione sul prezzo dei farmaci. Nel testo si auspicava un’azione internazionale per migliorare la trasparenza dei prezzi e i costi della ricerca e dello sviluppo, oltre che quelli della produzione di medicine. La risoluzione chiedeva anche che le imprese farmaceutiche rendano pubbliche le diverse forme di sostegno statale che ricevono. Il tutto per fare in modo che, senza le ombre attuali che coprono i meccanismi di formazione dei prezzi dei farmaci, diventi più facile per le autorità pubbliche spingere Big Pharma a rivedere al ribasso i propri listini.

Prezzi opachi

"Attualmente le aziende farmaceutiche pubblicano solo i prezzi di listino. Si tratta di cifre complesse, per certi versi fittizie, che spesso nella realtà vengono abbassate - scrive il The Economist - Gli sconti che possono ottenere i governi, gli assicuratori e altri intermediari vengono mantenuti segreti". Els Torreele della ong Medici senza frontiere sostiene che ad acquirenti diversi, anche dello stesso Paese, possono essere fatti pagare prezzi differenti. “I prezzi vengono tenuti segreti e agli acquirenti viene richiesto di firmare accordi di confidenzialità”, dice. Le case farmaceutiche si sono sempre difese da questo tipo di accuse sostenendo che, grazie proprio alla segretezza, possono abbassare i prezzi per i farmaci venduti ai Paesi più poveri. Una teoria che, finora, non sembra confermata dai fatti, tranne rare eccezioni.  

Di sicuro, c'è che, solo in Italia, ben 1.800 farmaci sono “secretati”: quasi il 60% di quelli ospedalieri o distribuiti dalle farmacie ospedaliere o private, inclusi i farmaci più innovativi per la lotta al cancro, scrive l'Avvenire. Un rapporto dell’Oms della fine del 2018, dedicato alle medicine contro il cancro, che "ha concluso che le aziende stabiliscono il prezzo dei loro farmaci perlopiù in base ai guadagni sperati, e non sul costo di produzione o per massimizzare l’accesso alle cure per i pazienti", ricorda il The Economist. Sempre l’Oms stima che cento milioni di persone all’anno sprofondino in condizioni di povertà a causa del prezzo pagato per le medicine.

Il potere delle lobby

La risoluzione italiana prendeva spunto da questi dati e mirava a creare un coinvolgimento internazionale per constrastare lo strapotere delle multinazionali del farmaco. Ma finora, nonostante l'adozione formale dell'Oms, è rimasta lettera morta. E a ogni modo l'Italia non è al momento inserita nella "International Horizon Scanning Initiative". Dove invece c'è la Danimarca, Paese che insieme a Germania e Regno Unito avrebbe annacquato "la proposta (dell'Italia all'Oms, ndr), probabilmente a causa della pressione delle loro grandi case farmaceutiche", scrive sempre il The Economist.

Che queste pressioni stiano bloccando un'iziativa congiunta di stampo europeo lo si è visto negli ultimi anni. Nel 2016, sotto spinta dell'Olanda, il Consiglio Ue ha chiesto alla Commissione di rivedere le leggi comunitarie sulla trasparenza dei prezzi dei farmaci, che risalgono al lontano 1989. La risposta di Bruxelles è stata affidata a un bando, vinto dal centro studi Copenaghen Economics, per studiare a fondo i meccanismi del settore privato che portano alla fissazione dei prezzi di listino e capire se e come l'Ue puo' intervenire. Lo studio ha concluso, in estrema sintesi, che i costi dei farmaci, anche quando sono molto alti, rispecchiano gli investimenti in ricerca e sviluppo necessari per migliorare la qualità e l'efficacia dei medicinali. Peccato che il Copenaghen Economics, come denunciato dal think thank Corporate Europe, abbia tra i suoi clienti diverse industrie farmaceutiche di spicco. E che lo studio si basi sulle valutazioni delle stesse lobby di Big Pharma. 

Ema sotto accusa

Anche il Parlamento europeo, nella passata legislatura, ha cercato di affrontare il problema dell'opacità sui prezzi con una sua risoluzione. I deputati sono giunti a un accordo su un testo finale che, pero', non ha contemplato alcuni emendamenti volti a migliorare la trasparenza non solo nei prezzi, ma anche nell'efficacia di alcuni farmaci immessi nel mercato. Secondo l'europarlamentare Nessa Childers, a incidere sulla risoluzione è stato "l'assalto delle lobby". Per Corporate Europe, questo assalto non è certo una sorpresa: ad aprile 2019, le 10 aziende farmaceutiche più importanti (riunite nella lobby Efpia che ha sede a Bruxelles) hanno aumentato il loro budget per fare pressioni sulle istituzioni Ue: da 14,6 milioni a 16,3 milioni. Nello stesso periodo, i loro lobbisti hanno avuto 112 incontri di alto livello con membri della Commissione Juncker e decine di meeting con parlamentari europei. 

L'attività di lobby avrebbe preso di mira anche l'Ema, l'Agenzia Ue del farmaco che ha lasciato Londra per trasferirsi ad Amsterdam (poteva traslocare a Milano, ma una monetina lanciata in una sala del Consiglio Ue a Bruxelles ha premiato gli olandesi). Corporate Europe ha ricostruito come diversi alti funzionari dell'Ema abbiano fatto carriera abbandonando l'agenzia e ricevendo latui incarichi proprio all'interno delle lobby o delle società di Big Pharma. Il sospetto è che dietro le procedure di autorizzazioni al commercio dei nuovi farmaci ci siano state ingerenze del settore privato. Secondo diverso organizzazioni non governative, diversi medicinali, soprattutto in campo oncologico, sono stati immessi sul mercato e venduti a prezzi esorbitanti ai governi Ue pur avendo la stessa efficacia per le cure di farmaci già in circolazione e a costi decisamente contenuti.  

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