Poltrone Ue, ecco perché l'Italia rischia di restare a secco di posti chiave

Forti in casa, marginali in Europa. E' il paradosso in cui potrebbero trovarsi dopo le elezioni europee di maggio Lega e M5s, e di conseguenza il governo gialloverde: zero presidenze contro le attuali 2 (e mezza)

Forti in casa, marginali in Europa. E' il paradosso in cui potrebbero trovarsi dopo le elezioni europee di maggio Lega e M5s, e di conseguenza il governo italiano. Con il rischio, più che concreto, di lasciare l'Italia fuori dalle poltrone che contano nell'Ue: zero presidenze contro le attuali 2 (e mezza). Già, perché se Matteo Salvini mira a portare al Parlamento europeo una pattuglia di deputati seconda solo a quella di Angela Merkel, seguita a poca distanza da quella di Luigi Di Maio, i buoni risultati delle urne del duo gialloverde potrebbero venire vanificati dal risiko dei giochi di potere tra le potenze dell'Unione. 

I posti in palio

A Roma lo sanno bene, tanto che gli uomini più vicini al leader della Lega stanno già anticipando le possibile polemiche che scoppieranno nei mesi successi al voto, quando i governi dei 27 Stati membri, con la “supervisione” della nuova Eurocamera, si siederanno per decidere i nomi che guideranno le quattro principali istituzioni Ue: Commissione, Consiglio, Parlamento e Bce. A oggi, 2 poltrone su 4 sono occupate da italiani: Mario Draghi a Francoforte e Antonio Tajani sullo scranno più alto di Strasburgo. Le altre due sono occupate dal lussemburghese Jean-Claude Juncker, considerato in quota tedesca, e dal polacco Donald Tusk

L'Italia, inoltre, puo' contare su Federica Mogherini, che ricopre la prestigiosa (ma per alcuni non di peso) carica di Alta rappresentante della Politica estera dell'Ue, una carica doppia dal momento che è la seconda più alta sia nel Consiglio, sia in Commissione. Alla presidenza dell'Eurogruppo, altro scranno ambito, siede invece il Portogallo, mentre la Francia si è finora “accontentata” dell'importante carica del commissario agli Affari economici, con il socialista Pierre Moscovici. 

Con le elezioni di maggio, Eurogruppo a parte, questo scenario cambierà profondamente. E l'Italia, eventualità che sembra sempre più probabile, potrebbe non avere nessuna presidenza. E puntare al “premio di consolazione” di un “commissario economico”. Ma anche su questo la strada è in salita. 

La minaccia preventiva

E' proprio per la prospettiva di uno smacco politico europeo che, soprattutto dalle parti del Carroccio, c'è chi sta già lanciando messaggi da recapitare alle cancellerie europee. Come quello del responsabile economico del Carroccio Borghi di qualche giorno fa: “Se dopo queste elezioni ci saranno i soliti 'mandarini' guidati dalla Germania a guidare le politiche economiche,sociali e migratorie, io dirò di uscirne. O riusciamo a cambiarla o dovremo uscirne”, ha avvisato. Parole che potrebbero anticipare la posizione di Salvini subito dopo maggio: minacciare una Italexit per non restare a secco di posti chiave nelle stanze del potere europeo. 

I numeri al Parlamento

Il problema per il governo gialloverde parte innanzitutto dal Parlamento europeo. Le roboanti previsioni di un'ondata sovranista pronta ad allearsi con il principale partito Ue, ossia il Ppe di Merkel e Juncker, per scardinare la storica alleanze bipartisan con i socialisti, finora non trovano riscontro nei numeri. Come rilevato ieri a Bruxelles sulla base dei sondaggi nazionali, il fronte allargato che andrebbe da Marine Le Pen ai conservatori cui mira Salvini potrebbe arrivare, bene che vada, a 120-130 deputati. Il Ppe, nell'ipotesi che la larga pattuglia moderata ed europeista si lasci convincere dalle posizioni pro-sovranisti promosse, all'interno, da leader come Orban e Kurz, potrebbe aggiungere circa 200 parlamentari: troppo poco per arrivare a una maggioranza fissata a quota 353.

Certo, ci potrebbero essere altri innesti in questo inedito consesso: ci sono i 5 stelle, per esempio. O qualche altra forza minore in cerca di casa. Salvini, notizia di oggi, sta corteggiando persino il centrosinistra rumeno. Ma a detta di tutti, la più probabile delle future maggioranze del Parlamento è quella che vede Ppe e socialisti insieme ai liberali dell'Alde e alla folta pattuglia capitanata dal presidente francese Emmanuel Macron. Un'alleanza del genere avrebbe non solo i numeri, ma anche una tradizione di cooperazione politica a livello europeo da portare avanti. Mentre il fronte sovranista, per quanto in crescita, ha ancora molte incongruenze al suo interno da risolvere.

Il risiko delle poltrone

Se l'assetto Ppe-socialisti-liberali-Macron dovesse venire confermato dopo il voto di maggio, a quel punto scatterebbe un risiko di poltrone su cui Lega e M5s, ossia il governo italiano, avrebbero poche chance di incidere con forza. Secondo i rumors, il tedesco Manfred Weber, candidato dal Ppe alla presidenza della Commissione, potrebbe venire “sacrificato” per accogliere le richieste di liberali e Macron: al posto di Juncker, in questa eventualità, andrebbe uno tra il francese Michel Barnier (Ppe e negoziatore capo della Brexit) e la danese Margarethe Vestager (liberale “eroina” dell'antitrust).

Se venisse scelto Barnier, la Francia dovrebbe rinunciare alle mire sulla Bce, dove è in corsa per sostituire Draghi il governatore di Parigi, Francois Villeroy de Galhau. In questo caso, avrebbero chance di nomina il finlandese Erkki Liikanen o il tedesco Jens Weidmann. Ma di sicuro nessun italia.

Tornando a Weber, all'alleato di Merkel potrebbe venir data come “premio di consolazione” la presidenza del Parlamento europeo, soffiandola a Tajani, che sperava di venire riconfermato. Mentre al vertice del Consiglio europeo il nome più gettonato al momento è quello del primo ministro olandese, Mark Rutte (liberali). A seguire ci sono le ipotesi della presidente lituana, Dalia Grybauskaite (Ppe), del finlandese Juha Sipila (Ppe) e del premier belga, Charles Michel (liberali). Ma, ancora una volta, nessun italiano. 

Il commissario economico

Restano i posti che contano in Commissione. L'Italia, per bocca soprattutto della Lega, ha già detto di volere un commissario con portafoglio economico” No dunque a un Mogherini-bis: per l'Alta rappresentanza, in questo caso, si profilerebbe una corsa tra l'olandese Frans Timmermans e la svedese Margot Wallstrom, entrambi della famiglia socialista. Il governo potrebbe chiedere allora il posto attualmente occupato da Moscovici, quello agli Affari economici, ma una scelta del genere verrebbe osteggiata da più parti, paradossalmente anche da potenziali “alleati” di Salvini come Kurz (che non ha lesinato dure critiche alla manovra italiana). Ci sarebbe anche la poltrona di commissario all'Agricoltura, che il leader della Lega ha già detto chiaramente di apprezzare (in ballo c'è il futuro della Politica comune agricola post-2020). Si vedrà.

Di sicuro, il governo gialloverde è pronto ad alzare i toni per ottenere almeno una poltrona di peso. Magari confidando nell'aiuto di governi “amici” come quello ungherese o, forse, quello polacco. Ma ci sarà da capire anche se, in sede negoziale, Lega e M5s arriveranno uniti a giocarsi la partita delle poltrone europee. Finora, più che alleati, Salvini e Di Maio sembrano essersi lanciati in una competizione interna all'esecutivo, con il primo pronto a far valere il possibile maggiore peso alle urne europee (oltre a un gruppo politico Ue di riferimento più forte) e il secondo a ricordare che nel Parlamento italiano sono i 5 stelle ad avere la maggioranza. 

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