I sovranisti 'traditi' da Orban, gli europeisti da Macron. E per von der Leyen la strada è in salita

Le nomine decise dai leader Ue non sono andate giù a un fronte trasversale del Parlamento: dai popolari ai verdi, passando per socialisti e Lega. Che adesso potrebbero bocciare la candidata tedesca

Orban, Merkel e Macron - foto Ansa EPA/STEPHANIE LECOCQ

Le notti insonni che hanno portato alle designazione di Ursula von der Leyen a capo della Commissione europea rischiano adesso di essere state vane. Già, perché tra la nomine e l'insediamento dell'attuale ministra tedesca della Difesa c'è il voto del Parlamento di Strasburgo. Al cui interno si sta formando un fronte variegato di scontenti che potrebbe far naufragare la candidatura. Un fronte inedito che va dai sovranisti di Matteo Salvini ai Verdi, passando persino per pezzi dei socialisti e dei popolari. Mentre dall'altro lato della barricata finisce sotto accusa l'inedito (e presunto) asse tra il presidente francesce Emmanuel Macron e il premier ungherese Viktor Orban, che si sarebbe concretizzato nello stop agli Sptizenkandidat, ossia i candidati ufficiali dei partiti politici europei alla leadership della Commissione.

Insomma, anziché semplificare la trama intricata degli interessi nazionali, politici e istituzionali che ha portato al pacchetto di nomine dei leader Ue (oltre a von der Leyen, anche il belga Charles Michel al Consiglio Ue, lo spagnolo Josep Borrell all'Alta rappresentanza e la francese Christine Lagarde alla Bce), le trattative di Bruxelles sembrano aver balcanizzato il Parlamento di Strasburgo. Mettendo a rischio l'unico top job europeo che richiede l'approvazione dell'Eurocamera: la presidenza della Commissione (cui seguiranno i singoli commissari). 

I malumori maggiori sono in casa tedesca, paradossalmente. Ai popolari vicini ad Angela Merkel non è andato giù il modo in cui sono stati fatti fuori prima il candidato Ppe, Manfred Weber, e poi il secondo Sptizenkandidat, il socialista Frans Timmermans: "Uno è stato osteggiato con la scusa di essere pro-austerity, l'altro per aver difeso lo Stato di diritto in Ungheria e Polonia. E il risultato è che i voto di milioni di cittadini non è stato rispettato per i giochi di potere di Macron e dei Paesi di Visegrad, Orban in testa", dice una fonte vicina ai popolari.

La rabbia che si respira in quello che è ancora il primo partito d'Europa fa il pari con quella di una buona parte dei socialisti, i quali hanno guidato la rivolta del Parlamento contro il candidato proposto dai leader Ue, il bulgaro Sergey Stanishev. Non si è trattato di un passo facile per i socialisti, dato che Stanishev è non solo socialista, ma presidente del Partito socialista europeo. Eppure, il gruppo parlamentare voleva dare un segnale forte e ha scelto di proporre e far eleggere David Sassoli. Una mossa che il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, ha bollato a Strasburgo come un tradimento. Venendo a sua volta accusato (tra l'altro da un membro di spicco del suo partito, lo spagnolo Pons, di aver tradito il Parlamento e gli europei nel momento in cui ha avvallato la fine degli Spitzenkandidat. 

Beghe interne a parte, i popolari e i socialisti non hanno ancora annunciato una posizione ufficiale nei confronti di von der Leyen. I verdi, al contrario, hanno già fatto sapere che non la sosterranno. E lo stesso ha annunciato il presidente del gruppo Identità e Democrazia, il leghista Marco Zanni: "Il pacchetto (di nomine) proposto dal Consiglio e i presupposti non fanno presagire il forte cambiamento che ci hanno chiesto i cittadini europei il 26 maggio, non fanno presagire un cambio di linea che possa risolvere i problemi che i cittadini europei stanno affrontando", ha detto criticando indirettamente il premier Giuseppe Conte, che quelle nomine ha avvallato (non a caso il M5s non ha ancora chiarito se sosterrà o meno von der Leyen in Aula).

Fin qui, il fronte dei contrari. A sostenere di sicuro von der Leyen saranno i liberali di Macron e i popolari vicini a Orban. E un voto positivo potrebbe arrivare anche dai conservatori. Un fronte troppo ristretto per riuscire a dare l'ok alla candidata. Ecco perché la ministra della Difesa rischia grosso. Lei lo sa bene e ha già una fitta agenda di incontri per convincere i delusi della bontà del suo programma. Il tempo stringe: il voto del Parlamento è atteso per il 17 luglio. 

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