"In Italia i centri per migranti sono vuoti". E in 60mila 'fuggono' all'estero

Lo segnala la Corte dei conti europea, secondo cui il nostro Paese "dispone di sufficiente capacità di trattamento" di nuovi arrivi. A rilento, invece, le procedure d'asilo e di rimpatrio. Mentre i movimenti secondari verso altri Stati Ue restano elevati

Altro che emergenza: in Italia i centri di prima accoglienza dei migranti "sono vuoti o quasi vuoti", a differenza di quanto sta avvenendo in Grecia, dove gli hotspot sono al collasso. Il problema, semmai, è la lentezza nei rimpatri e nelle procedure d'asilo. Che avrebbero favorito, secondo quanto denunciano, per esempio, Germania e Austria, i movimenti secondari, ossia la 'fuga' di migranti dal nostro Paese ad altri Stati Ue: oltre 60mila nel solo 2018. E' questo il quadro che emerge da una relazione della Corte dei conti europea sullo stato della gestione della migrazione in Italia e Grecia.

Secondo i giudici contabili, “La gestione, da parte dell’Ue, della migrazione in Grecia ed in Italia è stata importante, ma non ha raggiunto il pieno potenziale”, ha affermato Leo Brincat, il membro della Corte responsabile della relazione. “È ora di intensificare gli sforzi per ovviare alle disparità tra obiettivi e risultati”, aggiunge. La relazione della Corte parte dalla crisi del 2015, quando gli Stati Ue si impegnarono ad aiutare Roma e Atene prevedendo di ricollocare 98.256 migranti: "Tuttavia, solo 34.705 persone sono state ricollocate (21.999 dalla Grecia e 12.706 dall’Italia)", segnalano i giudici. Secondo la Corte, la colpa è anche delle autorità greche e italiane, che "non sono state inizialmente in grado di individuare tutti i potenziali candidati e di indirizzarli con successo a presentare domanda di ricollocazione".

Hotspot vuoti

La crisi, pero', almeno in Italia, è alle spalle. Lo dimostra il fatto che gli hotspot "sono vuoti o quasi vuoti". Al momento della visita degli auditor della Corte in Italia, infatti, "Frontex (l'agenzia Ue per i migranti, ndr) impiegava in realtà presso gli hotspot un numero di effettivi superiore al necessario, poiché non aveva adeguato il proprio piano in considerazione del basso numero di arrivi via mare e pertanto manteneva una presenza permanente di personale presso gli hotspot (esperti di screening, debriefing e rilevamento delle impronte digitali) nonostante l’assenza di migranti in tali punti", scrive la Corte. A Pozzallo, per esempio, l'attività principale del personale di Frontex "era la ricerca di reti di trafficanti sui social media". 

Niente a che vedere con la Grecia, dove la "situazione presso gli hotspot rimane estremamente critica in termini di capacità e per quel che concerne la situazione dei minori non accompagnati". In altre parole, il personale di Frontex doveva spostarsi in Grecia, anziché restare a rigirarsi i pollici in Italia. Il nostro Paese "attualmente dispone di sufficiente capacità di trattamento per trattare gli arrivi e le domande di asilo in primo grado, nettamente diminuiti", spiega la relazione.

Procedure d'asilo e rimpatri a rilento

I problemi italiani, semmai, sono altrove. Innanzitutto, la lentezza nel trattare "l’elevato numero di impugnazioni" dei dinieghi alle domande d'asilo. "Per una domanda di asilo presentata nel 2015 sono occorsi in media oltre quattro anni per giungere all’ultimo grado di ricorso - si legge sempre nella relazione - La Corte segnala che è probabile che il sostegno alle autorità giudiziarie diventi la necessità più pressante del sistema italiano di asilo", visto l'alto numero di pratiche pendenti da gestire.

Altro punto critico riguarda i rimpatri. Sui circa 14mila migranti rimpatriati da Paesi Ue verso Stati extra-Ue nel 2018, quelli effettuati dalle autorità del Belpaese ammontano a 2.112, tra l'altro quasi tutti con voli charter molto costosi. Le principali ragioni di questo ritardo, secondo la Corte, sono "le lunghe procedure di asilo, l’assenza di sistemi integrati di gestione dei casi di rimpatrio, il mancato riconoscimento reciproco e la mancata registrazione sistematica delle decisioni di rimpatrio, la difficile cooperazione con il Paese di origine dei migranti o, semplicemente, la fuga dei migranti dopo l’adozione della decisione di rimpatrio". 

I movimenti secondari

La lentezza nelle procedure d'asilo e nei rimpatri fanno il pari con l'elevato numero di migranti che lasciano l'Italia verso altri Stati Ue. Stando alle sole tracce lasciate attraverso Eurodac, il sistema comune di rilevazione delle impronte digitali, la Corte afferma che tra il 2015 e il 2018 "un volume elevato di richiedenti asilo si è spostato dalla Grecia e dall’Italia verso altri Stati membri". Nel solo 2018, i migranti 'sfuggiti' alle autorità italiane e arrivati irregolarmente in un altro Stato Ue sarebbero oltre i 60mila, il numero più alto tra i Paesi Ue di arrivo. 

Si tratta del fenomeno dei cosiddetti 'movimenti secondari': Paesi come Germania e Austria accusano da tempo l'Italia di favorire questi spostamenti. Accusa che di fatto è tra le cause (o le scuse) dello stallo Ue sulla riforma del regolamento di Dublino. La Corte dei conti ha rilevato che il nostro Paese ha migliorato enormemente le procedure di registrazione dei migranti in arrivo, ma questo non è bastato a fermare i movimenti secondari.   

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