La messa senza sosta che dura da un mese e mezzo. Per dire no al rimpatrio di una famiglia

Succede in Olanda, dove la locale Chiesa protestante non interrompe le funzioni religiose per evitare l’espulsione di una coppia di armeni e dei loro figli: vietato l’ingresso alla polizia

Uno dei momenti di preghiera alla chiesa di Bethel

La messa è iniziata il 26 ottobre, ma i fedeli non sono ancora stati congedati. A L’Aia, nei Paesi Bassi, i pastori della chiesa protestante di Bethel hanno trovato un metodo originale, ma alquanto efficace, per interrompere un ordine di rimpatrio nei confronti di una famiglia armena. Le leggi olandesi impediscono infatti alle forze dell’ordine di interrompere una funzione religiosa. La regola “dura lex, sed lex” si è dunque ritorta contro le autorità, obbligate a pazientare per poter eseguire quanto ordinato dallo Stato - il rimpatrio della famiglia Tamrazyan. 

Non andate in pace

Axel Wicke, pastore della chiesa, ha rivelato alla CNN di aver “copiato e incollato le liturgie degli ultimi 10 anni in un unico enorme documento” in modo da poter cantare e pregare il tempo necessario per trovare sostituti. Il tam-tam della solidarietà si è attivato rapidamente e ha finora coinvolto centinaia di volontari che si alternano - giorno e notte - per tenere viva la preghiera. 

#KerkasielBethel

Gli ultimi, in termini di tempo, ad essersi uniti alla messa a oltranza sono un gruppo di studenti di Delft e Amsterdam, che hanno risposto all’appello lanciato sui social con l’hashtag #KerkasielBethel. Proprio sui social era partita la richiesta di aiuto di Hayarpi, figlia maggiore di Sasun Tamrazyan, che anche oggi rischia il rimpatrio in Armenia.

Minacce di morte per il padre

Suo papà è stato un oppositore politico del Governo armeno. Le minacce di morte lo avrebbero convinto a lasciare l’Armenia nove anni fa, portandosi dietro moglie e figli. Quei tre bambini oggi hanno rispettivamente 21, 19 e 15 anni e sono cresciuti in un centro di provincia per richiedenti asilo.

Il volto della protesta

Hayarpi, la figlia maggiore, è diventata il volto pubblico della protesta che prende di mira la politica intransigente del Governo olandese in tema di rimpatri. Dopo che lo status di rifugiato è venuto meno, la famiglia Tamrazyan si era infatti appellata al Kinderpardon, strumento di tutela per i minori che hanno vissuto nei Paesi Bassi per almeno cinque anni grazie al diritto d’asilo. Le autorità invece hanno deciso di rimpatriare in Armenia tutti e cinque i componenti della famiglia.

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