L’Ue mette nella lista nera i paradisi fiscali di Stati Uniti e Gran Bretagna

Le Isole Cayman britanniche e le Vergini statunitensi finiscono nel registro delle “giurisdizioni non cooperative”. Nel mirino di Bruxelles anche Panama, Seychelles e Palau. Si salva la Turchia

Uno scorcio delle Isole Cayman britanniche (foto: Commons.wikipedia.org)

Dopo settimane di negoziati, i ministri dell’Economia dei 27 Stati Ue, riuniti a Bruxelles nel Consiglio Ecofin, hanno dato il via libera definitivo alla cosiddetta ‘lista nera’ dei paradisi fiscali. Nel nuovo elenco, oltre agli otto Paesi già inseriti nel registro delle “giurisdizioni non cooperative” sulle politiche fiscali - ovvero Samoa americane, Figi, Guam, Oman, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini degli Stati Uniti e Vanuatu - sono state aggiunte le Isole Cayman britanniche, Palau, Panama e le Seychelles. Se per le Isole Vergini, paradiso fiscale degli Usa, si tratta di una semplice riconferma, i territori d’oltremare del Regno Unito sono finiti ora nella lista dei Paesi inaffidabili sul fisco a meno di tre settimane dall’abbandono ufficiale di Londra dall’Unione europea.

Si salva la Turchia

Tra le assenti nella lista nera c’è la Turchia, che viene comunque riconfermata nella cosiddetta ‘lista grigia’. Si tratta dell’allegato II alle conclusioni del Consiglio Ecofin sulle giurisdizione non cooperative, dove vengono inclusi quei Paesi che non rispettano tutte le norme internazionali sui regimi fiscali, ma ai quali si è deciso di dare più tempo per adeguarsi agli standard fissati dal codice di condotta in materia di tassazione delle imprese. Quest’ultimo è stato approvato nel 1997, per poi essere applicato ai Paesi solo nel 2017, vent'anni dopo, sulla scia degli scandali finanziari che hanno sensibilizzato l’opinione pubblica, e quindi anche le istituzioni, sul tema degli Stati che attirano enormi profitti con fiscalità di favore sottraendo gettito agli altri Paesi

Ultimatum ad Ankara

Lo scorso anno la Turchia era finita nella lista grigia per non aver garantito lo scambio di informazioni con i Paesi Ue. Nel documento approvato oggi si legge che Ankara “ha adottato una legislazione interna che consente lo scambio automatico di informazioni” che tiene conto di “tutti gli Stati membri dell'Ue, ad eccezione di Cipro”. Il Consiglio Ecofin ha quindi deciso di concederle “più tempo per risolvere tutte le questioni aperte affinché lo scambio automatico di informazioni sia attuato efficacemente con tutti gli Stati membri dell’Ue". Se “la Turchia non mette in atto disposizioni per l'efficace attuazione dello scambio automatico di informazioni con tutti gli Stati membri dell'Ue, verrà inclusa nell'allegato I (cioè nella lista nera, ndr) nel successivo aggiornamento", programmato tra un anno

A cosa serve la lista

La lista, oltre ad alcune sanzioni applicate dal lato pratico, costituisce “un danno innanzitutto alla reputazione” dei Paesi che ci finiscono, ha spiegato il commissario alla Stabilità, Valdis Dombrovskis, durante la conferenza stampa a conclusione dell’Ecofin. E ai giornalisti che chiedevano come mai l’Ue ci avesse messo quattro anni, dalla prima redazione della lista nera, per bollare come paradisi fiscali Paesi come Panama e Isole Cayman, la presidenza croata di turno del Consiglio Ue ha risposto citando le “finalità della lista”, ovvero “convincere e incoraggiare” i Paesi con regimi fiscali irregolari a conformarsi a quanto deciso in sede internazionale.  

La Danimarca contro i paradisi fiscali nell'Ue

“Erano otto, adesso sono diventati dodici Paesi e credo che questo confermi l’efficacia di questo lavoro”, ha detto più tardi il commissario all’Economia, Paolo Gentiloni. “Nel corso della discussione durante l’Ecofin - ricorda il commissario - il ministro delle Finanze danese ha posto il problema della possibilità che questo esame del rischio di politiche fiscali che danneggiano la concorrenza sia presente anche all’interno dell’Unione europea”. “C’è un problema di tempi - prosegue Gentiloni - perché siccome stiamo lavorando a livello internazionale con l’Ocse e con il G20 per una soluzione di tassazione minima che valga per tutti i Paesi, non vorremmo incrociare questi due percorsi”.  “Ma - riconosce l’ex premier - non c’è dubbio che se l’ipotesi di una tassazione minima non riuscisse ad essere completata a livello internazionale, il problema di avere una tassazione minima a livello europeo si riproporrà”. 

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