L'Ue delude le speranze di Atene: “Dopo la Brexit i marmi del Partenone restano nel Regno Unito”

La Grecia da tempo chiede la restituzione dei reperti sottratti oltre 200 anni fa. Il commissario alla Cultura: “”La direttiva sull'esportazione dei beni archeologici si applica a partire dal 1993”

ANSA /ORESTIS PANAGIOTOU

I marmi del Partenone sono ormai britannici, e anche con l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea resteranno nell'isola e non saranno restituiti alla Grecia. Lo ha chiarito il commissario responsabile della Cultura, Tibor Navracsics, spiegano che Londra si era impossessata dei reperti storici prima dell'entrata in vigore di una serie di direttive sull'esportazione e la restituzione di beni culturali e archeologici adesso in vigore.

In una interrogazione l'europarlamentare greco di Syriza, Stelios Kouloglou, aveva chiesto all'esecutivo di Bruxelles di fare pressione per la restituzione dei Marmi prima che avvenisse il divorzio definitivo. Ma il commissario ungherese Navracsics ha risposto che Bruxelles, pur considerando "la salvaguardia dei siti storico-culturali di grande importanza", secondo i trattati comunitari può soltanto “incoraggiare la cooperazione tra Stati membri" e niente più. Il diritto dell'Ue include una direttiva sulla restituzione dei beni culturali usciti illecitamente dal territorio di uno Stato membro, però “i meccanismi di cooperazione e le procedure di restituzione" per evitare che un oggetto culturale sia rimosso illegalmente dal territorio di un paese Ue verso un altro stato membro valgono solo a partire dal 1 gennaio 1993. Ma i Marmi del Partenone “sono stati rimossi durante la prima parte del Diciannovesimo secolo", ha ricordato Navracsis e quindi non rientrano nella copertura del provvedimento.

I cosiddetti "Marmi di Elgin" sono al centro di una lunga controversia tra Atene e Londra. Negli scorsi mesi, le autorità greche avevano minacciato di porre il veto a un accordo finale sulla Brexit se il Regno Unito non accetterà di restituire le statue del Partenone esposte al British Museum, dopo la controversa acquisizione oltre 200 anni da parte del diplomatico e archeologo britannico Thomas Bruce, VII conte di Elgin.

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