Il Kazakistan a un bivio prova a costruire il dopo Nazarbayev

Dal giorno delle elezioni centinaia di manifestanti pacifici sono stati arrestati, ma il nuovo presidente promette dialogo con l'opposizione e più libertà. Il cammino verso la democrazia promessa è però solo all'inizio e non è detto che vada nella direzione sperata

Quando nel 1997 Akmola divenne la capitale del Kazakistan era una città di 300mila abitanti. Il suo nome fu cambiato in Astana, che significa appunto 'capitale' in kazako, e da allora è iniziato il suo sviluppo incontenibile che l'ha portata a diventare il principale centro economico del Paese e a più che triplicare la sua popolazione che ora supera il milione di abitanti. È stato Nursultan Nazarbayev a volere il suo sviluppo e la città è diventata il simbolo del suo desiderio di fare del Kazakistan una nuova Singapore, la piccola nazione asiatica che nel trentennio in cui è stata governata da Lee Kuan Yew è diventata da Paese in via di sviluppo, uno degli Stati più ricchi del continente.

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Anche Nazarbayev come Kuan Yew è stato al potere per 30 anni, da quando il Kazakistan era ancora una Repubblica sovietica prima della dissoluzione dell'Urss nel 1991, e grazie alle ingenti riserve di petrolio e uranio ne ha assicurato la crescita economica e un certo benessere. È considerato il padre della nazione, nazione che ha governato fino al marzo scorso quando, ormai 78enne, ha lasciato formalmente il potere nelle mani del suo delfino, Kassym-Jomart Tokayev, già premier e ministro degli Esteri, un diplomatico molto apprezzato a livello internazionale e che è stato anche direttore generale dell'Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra. Uno dei primi atti da presidente ad Interim di Tokayev è stato quello di ribattezzare ancora una volta la capitale, trasformandola questa volta da Astana in Nur-Sultan, proprio come Nazarbayev, trasformandola così in una nuova Stalingrado, o Ho Chi Minh City o magari Washington. Un gesto simbolico per manifestare la fedeltà al proprio predecessore e mentore nonché la volontà di governare assicurando “continuità”, come lui stesso ha promesso. Ma la continuità riguarda le politiche economiche e le relazioni internazionali, dal punto di vista democratico il nuovo corso promette più democrazia, la vera sfida che attende il Paese nei prossimi anni.

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Il 9 giugno si sono così svolte le elezioni che per la prima volta hanno permesso la partecipazione di più partiti, certo con alcune restrizioni, ma almeno ci sono stati sei avversari in lizza tra cui Amirzhan Kossanov, oppositore di lungo corso del regime. In passato le tornate elettorali erano state sempre soltanto una farsa: nelle ultime svoltesi quattro anni fa quasi senza contendenti, Nazarbaev ottenne il 98% dei consensi. Nel 2011 anche uno dei suoi avversari, Mels Yeleusizov, nel giorno del voto ammise candidamente di aver votato per lui. La campagna elettorale, a parte sui media ufficiali, si è svolta molto sui social. Nelle strade di Nur-Sultan non c'erano manifesti elettorali e i pochi che si trovavano in giro erano semplicemente volantini dei contendenti con brevi slogan attaccati su qualche muro, ma era rarissimo incontrarli. I sei sfidanti di Tokayev non avevano alle spalle nulla di neanche lontanamente paragonabile alla macchina propagandistica e operativa del partito governativo Nur Otan, di cui Nazarbayev è ancora il presidente, e che può contare addirittura su 2 milioni i scritti, su una popolazione totale di 18 milioni di abitanti e 12 milioni di aventi diritto al voto. Nel giorno delle elezioni la capitale ha messo in scena il grande spettacolo della democrazia. Stampa e osservatori internazionali hanno potuto assistere a quello che il governo voleva che fosse un grande e pacifico esercizio di partecipazione. "Certo non possiamo illuderci che qui ci sia già una democrazia liberale, ma dobbiamo capire che questo è comunque un primo passo importante e dobbiamo sostenerlo, nonostante le contraddizioni. I frutti, se il percorso sarà genuino, poi si raccoglieranno negli anni a venire", sostiene Pierre Cabaré, deputato francese del partito di Emmanuel Macon, En Marche, venuto in Kazakistan a monitorare lo svolgimento del voto.

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I seggi sono stati allestiti nelle strutture più diverse, dalle scuole agli ospedali e addirittura nelle aziende. Il principale seggio cittadino era il teatro dell'opera dove hanno votato anche Nazarbayev e Tokayev. Le urne, di vetro, erano poste al centro delle varie sale a simboleggiare la trasparenza del tutto. Fuori e dentro gli edifici venivano organizzati piccoli spettacoli musicali. In una delle scuole una giovane, tra le foto dei candidati e la tv che trasmetteva la replica del match tra Belgio e Kazakistan del giorno prima, ha intonato “Con te partirò” di Andrea Bocelli, con gli elettori che si fermavano per applaudire e filmare, rendendo l'atmosfera alquanto surreale. Fuori dal seggio Alpamy si faceva scattare una foto vicino alle insegne elettorali. Ventisei anni e una laurea in Economia conseguita a Londra, Alpamy è tra coloro che credono che davvero qualcosa si stia muovendo nel Paese. “Qui la democrazia non c'è ancora ma il vero cambiamento arriverà gradualmente, ora però almeno cominciamo a confrontarci su idee e programmi differenti”. Sembra molto informato, conosce i nomi di tutti i candidati e i punti principali dei loro programmi.

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Rakhim invece è un disilluso. “È tutta una messinscena, vincerà Tokayev e nulla cambierà. Per questo io ho deciso di emigrare”. E allora perché votare? “Perché volevo dare un segnale, voglio che l'opposizione abbia un risultato positivo, anche se non so quanto sarà riflesso davvero nei risultati ufficiali”. Farid, uno dei tassisti abusivi che sono tanto diffusi in città, sullo specchietto retrovisore ha diverse spillette dell'epoca sovietica con falci e martello ed effigi di Lenin. Lui, russo come il 21% della popolazione, da bambino è stato un 'Figlio dell'ottobre' ma ora non voterà per il Partito comunista, che pure ha un suo candidato, Jambyl Akhmetbekov. “Tokayev”, dice rispondendo a una domanda sulle sue preferenze politiche fatta con Google translate, visto che lì, a parte i giovani, è difficile trovare qualcuno che parli inglese. E allora perché quelle spille? “Nostalgia”.

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Ma le cose non sono andate proprio come il governo sperava. Nel giorno delle elezioni con un messaggio su Instagram Mukhtar Ablyazov, uno dei leader dell'opposizione dura che vive in esilio in Francia, ha invitato i suoi sostenitori a boicottare il voto e scendere in piazza. Ablyazov è un peronsaggio a dir poco controverso. Ex governatore della banca nazionale BTA è accusato di appropriazione indebita di 6 miliardi di dollari dall'istituto e su di lui pende una richiesta di estradizione anche in Russia. Nonostante questo ha ancora alcuni sostenitori nel Paese che sono scesi in piazza dando il coraggio anche ad altri di farlo. E così tra la capitale e Almaty, nonché in qualche altro centro minore, sono scese a manifestare circa un migliaio di persone. Si è trattato di numeri non certo straordinari per un Paese occidentale ma in Kazakistan non sono una cosa comune da vedere. La repressione della polizia è stata fortissima. Solo domenica gli arresti sono stati circa 500, anche se molti sono stati trattenuti soltanto alcune ore. A Nur-Sultan dei circa 300 dimostranti ne sono stati fermati un centinaio tra cui alcuni giornalisti, questi ultimi rilasciati però subito grazie all'intervento del governo. Lo stesso Tokayev ha esortato le forze dell'ordine a usare moderazione e ha promesso il dialogo con l'opposizione. Gli arresti in seguito a manifestazioni spontanee sono continuati nei giorni successivi al voto.

Nel Paese le manifestazioni sono praticamente illegali, seppur dovrebbero essere un diritto garantito dalla costituzione, e la risposta della polizia all'opposizione in piazza è solitamente spropositata, anche se questo si rivela poi controproducente e inutile per lo stesso regime. Il mese scorso il 22enne Aslan Sagutdinov fu arrestato nella città di Uralsk per aver semplicemente esposto un cartello bianco. Il video, pubblicato su YouTube, ha fatto il giro dei social network, che sono il luogo in cui si organizza la protesta, soprattutto quella giovanile, scatenando un'ondata di indignazione che hasuperato i confini del Paese. “Voglio dimostrare che l'idiozia nel nostro Paese è diventata così grande che la polizia ora mi arresterà anche se non ci sono scritte, né slogan, e anche se io non canto o dico nulla”, affermava nel video.

Nonostante anche lui in passato sia stato arrestato in quanto oppositore, da Kossanov non sono arrivate dichiarazioni di solidarietà verso gli arrestati. In generale gli altri sei partiti in lizza hanno sostenuto con una certa convinzione il processo elettorale, ritenendolo una prima apertura, un primo passo verso un sistema se non ancora pienamente liberale, sicuramente più democratico di quello degli anni passati. Alla fine il risultato ha dato qualche speranza. Con un'affluenza del 77 per cento Tokayev, come previsto, ha vinto ma con il 70% delle preferenze, meno delle previsioni. Kossanov è arrivato a un tutto sommato decoroso 16%, Daniya Yespayeva, la prima donna candidata alla presidenza del Paese, è arrivata terza con il 5%. Ma si trattava di elezioni presidenziali, l'anno prossimo con le parlamentari si capirà quanto potere verrà concesso davvero agli oppositori, e se questi si dimostreranno veramente tali. “Nazarbayev in passato ha sempre usato una duplice tattica per eliminare il dissenso. La repressione o la cooptazione”, che è più efficace e indolore, “lo ha fatto ad esempio con l'ex leader del partito di opposizione Ak Zhol, Alikhan Baymenov, che fu messo a capo dell'Astana regional hub, un'agenzia governativa che si occupa dello sviluppo della regione”, spiega Riccardo Pelizzo, che insegna alla Nazarbayev University, istituto internazionale voluto dall'ex presidente ma che ha una totale libertà accademica e che forma la futura élite del Paese.

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Nazarbayev tiene ancora strette la redini del potere in Kazakistan. Oltre a guidare il partito detiene il titolo onorifico di “Leader della nazione” e guida il potente Consiglio di Sicurezza nazionale. Sua figlia Dariga è stata nominata presidente del Senato, e questo secondo la costituzione significa che in caso di abbandono di Tokayev sarà lei a diventare presidente ad Interim. Alcuni pensano che suo padre vorrebbe proprio lei al potere. “Il popolo non accetterebbe un passaggio di potere in famiglia. La gente riconosce a Nazarbayev il merito di essere stato il padre della nazione e di aver fatto prosperare l'economia ma ora vuole un cambiamento. Tokayev ha promesso facce nuove, liberalizzazione delle politiche e la crescita della democrazia. Per ora siamo solo al primo passo. Ha calmato i nervi della popolazione ma deve mantenere le promesse”, afferma Yerlan Sairov, vicepresidente della Federazione dei sindacati del Paese. “Più che restare incollato al potere, che formalmente ha lasciato a differenza di tanti altri dittatori e autocrati, Nazarbayev vuole cementare la sua eredità politica, non sopporta l'idea che possa essere cancellata”, si dice convinto Pelizzo. Vuole evitare il destino del suo amico Islam Karimov, che è stato presidente dell'Uzbekistan dal 1991 alla morte avvenuta in maniera improvvisa nel 2016. Fu allora che il suo successore iniziò lo smantellamento del suo apparato eliminando tutti i suoi uomini più fidati e sostituendoli con i propri, creando così una frattura tra i due sistemi di potere. Nazarbayev ha optato invece per una transizione morbida, e la speranza è che questa porti a vere aperture democratiche.

Tusk e Tokayev

Per ora però gli osservatori dell'Ocse hanno parlato di “irregolarità” e “inosservanza delle procedure formali” nel voto del 9 giugno, che avrebbero “impedito di garantire un conteggio onesto”, e hanno inoltre criticato i “massicci arresti di manifestanti pacifici nelle strade, compresi i giornalisti, che violano le libertà costituzionalmente garantite di assemblea ed espressione”. Nonostante questo la comunità internazionale si è congratulata immediatamente con Tokayev, Ue in primis. Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha fatto gli auguri al nuovo presidente senza nemmeno menzionare gli arresti. La stabilità della nazione che è a maggioranza musulmana ma da sempre laica, proprio per volere di Nazarbayev, e che deve fare i conti con due ingombranti vicini come la Russia e la Cina, con cui mantiene ottimi rapporti (come ottimi sono quelli con l'Europa) per il momento è considerata senza ombra di dubbio la priorità. Le riforme democratiche al momento restano ancora una promessa ma le elezioni di domenica si spera possano rappresentare comunque il primo passo di un cambiamento che di certo non averrà da un giorno all'altro. Se questa promessa verrà mantenuta o meno lo si potrà giudicare solo nei prossimi anni.

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