I Balcani in Europa? Serbia e Montenegro potrebbero entrare già nel 2025. Sul Kosovo pesa l'effetto Catalogna

La Commissione Ue ha presentato oggi la sua strategia per i Balcani occidentali. Belgrado e Podgorica a buon punto, Albania e Macedonia scalpitano, sulla Bosnia si deciderà a breve mentre sul Kosovo pesa il veto della Spagna

Il Ponte di Mostar. EPA/Tom Dubravec

La Gran Bretagna se ne va, altri propongono o minacciano di fare lo stesso, soprattutto in campagna elettorale, ma l'Europa rimane comunque una calamita per qualcuno, in concreto per i paesi dei Balcani Occidentali. "I popoli e i leader dei Balcani hanno fatto una scelta chiara, quella di portare i loro paesi all'interno dell'Unione europea. Ognuno seguendo un proprio ritmo e tempo", ha affermato a Strasburgo l'Alto rappresentante per la politica estera e di difesa Federica Mogherini. "E oggi - ha continuato - noi diciamo loro che abbiamo fatto la stessa scelta, anche per noi la prospettiva è molto chiara".

Primi ingressi nel 2025?

Quanto alla data ventilata, il 2025, Mogherini chiarisce: "so che ci sono stati molti discorsi su una data, il 2025. Per noi è chiaro che questa non è una scadenza, è una prospettiva". Più in concreto, è una "prospettiva realistica concludere il processo di adesione per coloro che stanno attualmente negoziando, ma anche per altri che potrebbero avviare negoziati in futuro".

Il che equivale aprire le porte del club comunitario a Serbia e Montenegro, gli unici due paesi - oltre alla Turchia ma quello è tutto un altro discorso - con cui sono stati avviati i negoziati di adesione. Dietro a Belgrado e Podgorica scalpitano Albania e Fyrom, l'Ex Repubblica yugoslava di Macedonia, sui cui però pende l'infinito litigio con la Grecia sul nome. 

Secondo la Commissione Ue, Tirana e Skopje "stanno compiendo progressi significativi e l'apertura formale dei negoziati potrebbe concretizzarsi presto". Bruxelles inizierà a elaborare un parere anche sulla domanda di adesione della Bosnia-Erzegovina, mentre per il Kosovo il discorso è assai diverso. Pristina, rileva l'esecutivo comunitario, "deve accelerare sulla messa in pratica dell'accordo di stabilizzazione e associazione prima di poter avanzare ulteriormente nella prospettiva europea".

Sul Kosovo pesa l'effetto Catalogna

Al di là delle accelerazioni chieste da Bruxelles, sul Kosovo pesano due fattori non da poco, uno scontato, la Serbia, e uno un po' meno, la Catalogna. Prima di tutto c'è da risolvere la questione dello strappo consumato con Belgrado, peraltro sotto la protezione interessata della comunità internazionale, e mai risolto. Quindi la questione legata alla rottura dell'unità territoriale di uno Stato, questione che chiama inevitabilmente in causa il fattore quanto mai attuale della Catalogna. Il governo di Madrid, l'unico nella Ue con quello greco, cipriota, rumeno e slovacco (tutti i Paesi con problemi di minoranze e/o territoriali), che non ha ancora riconosciuto il Kosovo, non vuol assolutamente sentir parlare di una prospettiva europea per Pristina. Sarebbe un passo che darebbe speranze analoghe anche alla Catalogna. 

Juncker: avanti "con volontà politica, riforme e risoluzione delle controversie territoriali"

Non la pensa così Jean-Claude Juncker, seppure parli senza fare il nome del Kosovo ma per l'insieme dei paesi della regione. "Con una forte volontà politica, riforme concrete e costanti e soluzioni definitive alle controversie territoriali, i Balcani occidentali possono procedere" verso l'adesione, ha detto il presidente della Commissione presentando la strategia Ue per la regione. L'esecutivo comunitario, ha aggiunto, sarà "rigoroso ma anche giusto", ha spiegato Juncker, che a fine febbraio si recherà nella regione. Il messaggio sarà "proseguite nelle riforme e noi continueremo a sostenere il vostro futuro europeo". 

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