I Comuni fanno la guerra a Johnson e spingono per un nuovo rinvio della Brexit

Lo speaker Bercow impedisce il voto come fece con May. I Laburisti preparano battaglia chiedendo un secondo referendum o la permanenza nell'Unione doganale

Proprio come accadde a Theresa May anche Boris Johnson non ha avuto il tempo di esultare per aver strappato un accordo con l'Unione europea che il Parlamento gli si è messo di traverso. Dopo la sconfitta di sabato, quando il premier britannico non è riuscito a far passare ai Comuni l'intesa raggiunta all'ultimo secondo in Consiglio europeo, ora Johnson si è trovato la strada sbarrata da John Bercow.

Il No di Bercow

Lo speaker della Camera dei Comuni ha deciso di non consentire che oggi si voti sull'accordo per la Brexit, come invece chiesto dal governo. Bercow ha fatto appello al regolamento parlamentare, che impedisce che nell'ambito della stessa sessione si voti un provvedimento già precedentemente sottoposto al vaglio dei Comuni, a meno che il testo e le circostanze non abbiano subito "significative" modifiche. Proprio come fece con May. L'intesa era già stata presentato al voto dei Comuni sabato, ma la maggioranza dei deputati, approvando l'emendamento Letwin, ne aveva rimandato l'esame ad una fase successiva e per Bercow col voto di sabato i parlamentari di fatto si sono già espressi sull'accordo, e ora potranno farlo di nuovo solo dopo che i Comuni avranno approvato tutta la legislazione che implementa l'accordo, il 'Withdrawal Agreement Bill'. La decisione, peraltro attesa, di Bercow, allontana la possibilità che la scadenza del 31 ottobre venga rispettata, rendendo sempre più probabile un rinvio del divorzio.

La Francia contro il rinvio

Johnson però preme perché i tempi vengano rispettati, impregno che ha preso quando è stato eletto leader dei Conservatori e quindi nuovo premier britannico. Un inaspettato sostegno in questo senso è arrivato da Emmanuel Macron. Un ulteriore rinvio della Brexit “non è nell'interesse di nessuno”, ha affermato un portavoce del governo francese. “Ora tocca al Parlamento britannico pronunciarsi, non spetta più all'Ue”, ha detto il portavoce ai giornalisti dopo una riunione di governo. “Quindi è necessario un voto sul nocciolo della questione, non solo strategie per guadagnare tempo”, ha aggiunto, sposando quindi la linea di Johnson.

L'opposizione laburista

I laburisti di Jeremy Corbyn sono ora pronti a dare battaglia e per farlo presenteranno due emendamenti: uno che chiede di restare nel'Unione doganale, e un altro che lega il via libera all'accordo di Johnson alla possibilità di farlo approvare o rigettare dal popolo con un secondo referendum. In entrambi i casi la strada per l'approvazione, che richiede 320 voti, è molto difficile ma non impossibile. Se quello sull'unione doganale fosse approvato sarebbe la peggiore sconfitta per Johnson, perché in quella eventualità il Regno Unito non potrebbe in futuro trattare accordi di libero scambio in maniera indipendente, cosa su cui lui punta invece moltissimo. L'ultima volta che un emendamento sull'unione doganale fu messo ai voti lo scorso aprile fu sconfitto per soli tre voti. Con l'Unione delle opposizioni e forse di alcuni dei 21 ribelli cacciati dai Tory a settembre, ora potrebbe forse riuscire a passare.

Secondo referendum

L'ipotesi di un secondo referendum pure fu sconfitta ad aprile con 292 voti contrari e 280 a favore. Qui Corbyn potrebbe però trovare nel suo stesso partito dei franchi tiratori pronti ad affossare l'idea, essendoci una minoranza laburista fortemente pro Brexit. La fine della telenovela sembra insomma ancora incerta.

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