Ecco perché Google sostiene i negazionisti del cambiamento climatico

Il gigante del web ha bisogno di loro per difendere una legge americana che ha permesso a motori di ricerca di prosperare senza il rischio di essere denunciati per diffamazione, al contrario di giornali e riviste che sono responsabili per tutto ciò che pubblicano

Nel 2018 Google ha annunciato di aver “pareggiato” il 100% dell’energia consumata dalle sue sedi sparse per il mondo con l’acquisto di un equivalente ammontare di energia pulita, proveniente dalle fonti rinnovabili come l’eolico e il solare. È solo uno degli esempi che dovrebbero dimostrare l’impegno del gigante del web nella lotta al cambiamento climatico e in difesa dell’ambiente. E allora perché Google continua a sponsorizzare, con larghe elargizioni di denaro, organizzazioni e lobby che negano il riscaldamento globale e la necessità di ridurre le emissioni inquinanti? L’immunità legale dal reato di diffamazione offerta da una legge americana spiegherebbe il curioso finanziamento.

Negazionisti che difendono Google

Il Guardian rivela infatti che “Google finanzia oltre una dozzina di organizzazioni che negano la crisi climatica e si oppongono all'azione politica per cercare di risolverla”. Uno dei gruppi beneficiari di maggiori donazioni, il Competitive Enterprise Institute (CEI), in una recente lettera ai membri del Congresso americano ha chiesto la protezione dell’immunità per le imprese del web dal reato di diffamazione, affermando che tale provvedimento aveva creato “nuovi spazi per il dibattito conservatore” e che i legislatori che vogliono sbarazzarsene hanno torto, nonostante “le buone intenzioni”. Vediamo di cosa si tratta.

L'immunità 

Il paragrafo 230 del “Communications Decency Act”, una riforma approvata a Washington all’inizio degli anni ’90, offre l’immunità legale agli operatori del web per i messaggi diffamatori, trattando i portali come meri distributori di contenuti anziché come editori. Mentre i giornali e le riviste sono infatti responsabili per qualunque contenuto che appare sulle pagine cartacee pubblicate dalla testata, imprese come Google e Facebook non possono essere citate di fronte a un giudice per diffamazione anche se i loro utenti utilizzano i loro spazi per diffondere messaggi illeciti. 

La destra anti-Google

Tale regola è finita nel mirino della destra americana, specie dell’ala ultra-conservatrice rappresentata dal senatore texano Ted Cruz, che vorrebbe dire basta all’immunità dei giganti del web. Una mossa che potrebbe, di fatto, avere un forte effetto censorio, con un giro di vite senza precedenti alla libertà d’espressione sul web.

Generosità e interessi

Per Google, fornire sostegno finanziario a gruppi come il CEI e il Cato Institute, due delle lobby che negano il riscaldamento globale, “non ha nulla a che fare con la scienza del clima”, scrive il quotidiano The Guardian. Dietro alla generosità del motore di ricerca ci sarebbe invece il tentativo di “ottenere il favore dei conservatori sul suo problema più urgente a Washington”, ovvero proteggere l’immunità, che evita ogni anno a Google cause per diffamazione e costi legali esorbitanti

La promessa di Schmidt

Cinque anni fa, quando già erano noti i finanziamenti di Google ai gruppi che si oppongono alla maggioranza degli studi scientifici, l’allora presiedente del gigante del web, Eric Schmidt, rispose con evidente imbarazzo ai microfoni della radio pubblica americana Npr. Durante un’intervista gli venne infatti chiesto il motivo di tali sponsorizzazioni e Schmidt replicò che “si trattava di una sorta di errore e quindi stiamo cercando di non farlo in futuro”. Eppure i finanziamenti vanno avanti

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