Per la prima volta una donna col velo sarà giudice nel Regno Unito

Raffia Arshad esercita già la professione di avvocato da 17 anni, sempre con l'hijab, ed è specializzata nella lotta ai matrimoni forzati e alle mutilazioni genitali. “Voglio che il suono della diversità si senta forte e chiaro”

Foto da internet

Nel Regno Unito alcuni imputati nei processi del Pese potrebbero trovarsi presto ad essere giudicati da un magistrato con il velo. La 40enne, Raffia Arshad, è stata nominata vice giudice distrettuale nel circuito delle Midlands. Un traguardo importante che corona la sua carriera personale ma che acquista un significato simbolico molto più ampio. La donna, musulmana, sarebbe la prima nel Paese ad indossare l'hijab durante il suo lavoro. "Questa nomina è decisamente qualcosa più grande di me, perché quello che è accaduto non riguarda solo me. È una cosa importante per tutte le donne, non solo per le donne musulmane, ma è particolarmente importante per le donne musulmane", ha detto la giudice parlando con Metro.

Il suono della diversità

La donna, madre di tre figli, ha affermato di volere “assicurarsi che il suono della diversità venga sentito forte e chiaro”. Il Regno Unito è un Paese cristiano e quella anglicana è la chiesa principale, ma i musulmani sono tanti, provenienti soprattutto dalle ex colonie, e rappresentano ormai una fetta importante della popolazione accettata con grande naturalezza dai britannici, al punto che a Londra, che comunque è la città più progressista del Paese, il sindaco stesso è un musulmano di origine pakistana, Sadiq Khan. Arshad ha raccontato al giornale britannico di aver realizzato un sogno che faceva da quando aveva 11 anni ma che prima credeva fosse impossibile da raggiungere a causa della sua estrazione sociale e del suo background di minoranza etnica.

Specializzata in diritto islamico

Durante la sua carriera come barrister, un avvocato di alto livello, si è occupata di diverse questioni, ma si è specializzata nella lotta ai matrimoni forzati, alle mutilazioni genitali femminili e in generali in casi su problemi di diritto islamico. Ad esempio ha difeso una giovane che a 16 anni era stata portata con la scusa delle vacanze in Pakistan e lì poi era stata costretta a sposarsi. Dopo quattro mesi alla ragazza era stato permesso di tornare nel Regno Unito e lì ha iniziato poi la sua battaglia contro questa unione non voluta, venendo anche minacciata da membri della sua stessa famiglia.

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I pregiudizi

Nonostante la sua lunga carriera, durata 17 anni, la ormai giudice ha raccontato di essere stata spesso scambiata per una imputata nei tribunali, nessuno pensava che una donna con un velo potesse essere un avvocato. Questa tendenza mostra che “come società, anche per chi lavora in tribunale, esiste ancora questa visione pregiudizievole secondo cui i professionisti di fascia alta non assomigliano a me”, una donna con il velo. La sua stessa famiglia era stata condizionata da questi pregiudizi in passato e le aveva sconsigliato di portare il velo in un colloquio per una borsa di studio nel 2001, presso la facoltà di giurisprudenza della Inns of Court, temendo che avrebbe compromesso le sue possibilità di farcela. "Io invece decisi che lo avrei indossato comunque perché per me è importante accettare una persona per quello che è e poi non ero dispsta a diventare qualcun altro per il bene della mia professione".

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