Genocidio e fake news, Facebook nel mirino di Onu e ong: “Nasconde la scatola nera” della disinformazione

Il più grande social network del mondo sotto accusa per il massacro dei Rohingya in Myanmar e per le interferenze “online” sull'opinione pubblica. Comprese le recenti elezioni italiane. Ma l'azienda si difende: “Tuteliamo la privacy dei nostri utenti”

EPA/PETER DASILVA

Il quotidiano Politico, sulla scorta delle denunce di alcune ong, lo dice con una battuta: “Per un social network che vanta quanto i suoi 2,2 miliardi di utenti che scambiano foto, video e messaggi online, Facebook non è un grande fan della condivisione”. L'Onu ci è andata giù ancora più duro: l’azienda di Mark Zuckerberg ha svolto un “ruolo determinante” nel genocidio dei Rohingya in Myanmar. In entrambi i casi, l'accusa è la stessa: Facebook è un potente mezzo di informazione, ma fa poco o nulla per frenare la circolazione di fake news e messaggi d'odio. Custodendo nel massimo segreto, e nel nome del diritto alla privacy, la “scatola nera” di dati da cui si puo' risalire all'origine della disinformazione. 

“E questo sta diventando un problema serio”, scrive Mark Scott su Politico. “L'azienda si rifiuta di fornire ai ricercatori, agli studiosi e ai giornalisti l'accesso ai dati che raccoglie sulle singole pagine Facebook delle persone – si legge nel suo articolo - Ciò rende quasi impossibile tracciare, analizzare e prevedere come le ondate di disinformazione online si diffondano sul più grande social network del mondo”.

Le accuse delle ong anti-fake

"In questo momento, non sappiamo nulla di ciò che accade all'interno di Facebook", ha dichiarato Alexandre Alaphilippe, co-fondatore di EU DisinfoLab, un'organizzazione no-profit con base a Bruxelles che ha monitorato la diffusione di notizie false durante le recenti elezioni francesi e italiane. "Tutto questo contenuto è concentrato in una scatola nera privata."

Facebook respinge le affermazioni secondo le quali non sta facendo la sua parte nell'affrontare notizie false. La società afferma che le sue rigide regole sulla privacy significano che non può consegnare i dati delle persone a qualsiasi ricercatore o giornalista che lo richieda. I funzionari di Facebook citano il timore che la condivisione di dati privati ​​possa creare un precedente in cui altri (leggasi: agenzie governative o attori privati ​​ostili) potrebbero anche venire a chiamare.

"Vogliamo lavorare con la comunità accademica per continuare a comprendere l'impatto della nostra piattaforma assicurandoci al tempo stesso di proteggere la privacy delle persone", ha detto Lena Pietsch, una portavoce di Facebook.

La “scusa imperfetta” della privacy

“Ma le preoccupazioni sulla privacy sono una scusa imperfetta – attacca Scott - Ciò che i ricercatori stanno cercando non sono i nomi, i mi piace e i compleanni degli utenti di Facebook. Al contrario, chiedono insiemi di dati anonimi per analizzare le tendenze su come i contenuti online sono prodotti e condivisi tra gruppi di utenti di Facebook, qualcosa che i cosiddetti data-brokers, o società che vendono dati digitali degli utenti, già ricevono attraverso accordi commerciali esistenti con il social network”.

Attualmente, Facebook consente ai gruppi esterni di analizzare i dati dalle cosiddette pagine "pubbliche" (quelle, per intenderci, di personaggi famosi, politici, etc). Ma non offre accesso ai dati anonimizzati per le pagine Facebook "private" degli utenti, che rappresentano la parte più importante dell'attività online in cui la maggior parte della disinformazione viene creata e condivisa.

“Senza accesso ai dati privati ​​di Facebook – spiega Politico - i ricercatori di fake-news devono affidarsi a proxy imperfetti, inclusi altri siti di social media, per raccogliere informazioni su come la disinformazione si diffonde sulla rete di Facebook. Molti, incluso il Digital Forensic Research Lab del Consiglio Atlantico, si affidano a Twitter, soprattutto perché i post delle persone su quella piattaforma sono quasi sempre aperti al resto del mondo".

Il caso delle elezioni italiane

Ma la differenza tra la portata di Twitter e quella di Facebook è enorme, soprattutto fuori dagli Stati Uniti. In Italia, per esempio, Facebook ha circa 25 milioni di utenti nel paese, mentre Twitter ha meno di 2 milioni, secondo le stime del settore. La fake news circolata nel giorno del voto per cui in Sicilia sarebbero state manomesse delle schede elettorali, su Twitter è stata ritwittata 1000 volte, secondo un'analisi di EU DisinfoLab. Su Facebook, la stessa storia è stata condivisa più di 18.000 volte, e questo solo guardando alle pagine pubbliche.

Il caso del Mynamar

Le interferenze elettorali sono già un grande problema per le democrazie. Ma mai quanto puo' esserlo un genocidio, come quello che si sta consumando in Myanmar a danno della minoranza dei Rohingya. Le Nazioni Unite hanno puntato il dito contro Facebook, accusandolo aver svolto un “ruolo determinante” nel diffondere l'odio contro questa minoranza, contribuendo “in modo sostanziale al livello di acrimonia, dissenso e conflitto diffuso nell’opinione pubblica”. 

Facebook ha reagito alle accuse, ribadendo la volontà di bloccare la pubblicazione di contenuti violenti sul social: “Non c’è spazio su Facebook per contenuti che promuovono odio e violenza, lavoriamo senza sosta per tenerli lontani dalla nostra piattaforma - si legge nella dichiarazione di un portavoce dell'azienda di Zuckerberg - Abbiamo investito in modo significativo in tecnologia e nelle competenze linguistiche locali per rimuovere rapidamente i contenuti violenti e le persone che violano ripetutamente le nostre policy contro l’ incitamento all’odio”.

Quale via d'uscita?

Una mediazione possibile tra le esigenze di privacy sollevate da Facebook e la maggiore trasparenza sui flussi di fake news richiesta da ong e dai governi (soprattutto quelli alle prese con campagne elettorali) potrebbe essere quella di offrire un accesso ai dati della “scatola nera” a dei ricercatori verificati. Tali strumenti, noti nel settore come "API", esistono già per le pagine pubbliche del social network. Non sarebbe complicato, da un punto di vista tecnico, realizzarlo. Più difficile è trovare un compromesso con le autorità pubbliche. Ue in testa.  
 

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