Regno Unito nuova Singapore, paura Ue: con la Brexit Londra mega paradiso fiscale

Verhofstadt ha lanciato il monito in Plenaria: "Non accadrà mai", ma il timore è in diverse cancellerie. Ecco in cosa consiste il Singapore-on-the-Thames scenario

La City di Londra, il cuore finanziario della capitale - foto Ansa EPA/ANDY RAIN

Il Parlamento Europeo non accetterà "mai" che il Regno Unito diventi una "Singapore nel mare del Nord". È il monito lanciato da Guy Verhofstadt, europarlamentare belga del gruppo liberale Renew Europe, coordinatore dell'Aula per la Brexit, durante il dibattito di questa settimana in plenaria a Strasburgo sull'uscita del Regno Unito dall'Ue.

"Difenderemo le imprese Ue"

“Questo Parlamento non accetterà mai un accordo con il Regno Unito in cui quest'ultimo può avere tutti i vantaggi del libero commercio, con tariffe zero senza allinearsi ai nostri standard ecologici, sanitari, sociali e di sicurezza", ha continuato Verhofstadt, che ha promesso che “questo non succederà”, che “non uccideremo le nostre imprese: difenderemo le nostre imprese, la nostra economia, il nostro mercato unico".

Singapore-on-the-Thames scenario

Negli ambienti politici e accademici più conservatori della Gran Bretagna da tempo si pensa di fare del Paese, quando non sarà più legato ai vincoli comunitari, una sorta di paradiso fiscale basato su scambi commerciali deregolamentati e su una tassazione soft per le società, il cosiddetto “Singapore-on-the-Thames scenario”. Ma di cosa si tratta? Come ha spiegato Angelo Mincuzzi sul Sole 24 Ore tempo fa, “secondo questa teoria, Londra potrebbe capitalizzare l’uscita dall’Unione europea ritagliandosi un ruolo ben definito: facilitare le transazioni tra il sistema finanziario Usa, sempre più dominante, e le società della Ue alla ricerca di un accesso ai mercati statunitensi. I teorici del modello-Singapore ritengono che la Brexit rappresenti un’opportunità per rimuovere del regole imposte da Bruxelles trasformando la City in un ambiente molto più attrattivo per il capitali che si muovono globalmente”, e per farlo una strada “potrebbe essere quella di azzerare le imposte sulle società, già ridotte recentemente dal 28% al 20% e con la previsione di tagliarle ancora al 17% (a Singapore l’imposta sulle società è del 15%)”. Naturalmente il Paese poi dovrebbe cercare delle compensazioni, visto che oggi “la corporation tax porta nelle casse del fisco britannico 52 miliardi di sterline all’anno, circa il 7,5% delle entrate fiscali complessive”.

I paradisi fiscali

A facilitare l'ipotesi Singapore il fatto che del Regno fanno parte anche le Dipendenze della corona e i Territori d’oltremare, Paesi come Cayman, Bermuda, Isole vergini britanniche, che sono già paradisi fiscali e che insieme alla City, quantifica il giornale finanziario, “controllano circa il 23% del mercato globale dei servizi finanziari offshore”. Sia quello legale che quello illegale visto che le “giurisdizioni segrete britanniche formano una ragnatela progettata per facilitare un flusso finanziario illecito verso la City, dove si stima che ogni anno vengano riciclati circa 90 miliardi di sterline, secondo la National crime agency del Regno Unito”.

I porti franchi

Non a caso l'Europa ha un forte timore che questa possibilità possa diventare realtà, e anche la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha espresso recentemente perplessità parlando al Bundestag. Il modello Singapore potrebbe anche essere sviluppato in maniera soft. Il governo del primo ministro Boris Johnson questa estate ha studiato dei piani per creare porti liberi in Gran Bretagna per promuovere promuoverà l'economia post Brexit. Le merci che entrano nei porti franchi sono esenti da tasse e tariffe all'importazione e spesso beneficiano di regolamenti semplificati. Questo è stato uno dei trucchi che hanno contribuito a portare al successo economico in luoghi come Singapore e Hong Kong. Rishi Sunak, scelto dal premier come nuovo segretario capo del Ministero del tesoro a luglio, è un forte sostenitore dell'idea che a suo avviso potrebbe creare oltre 86mila posti di lavoro. "Ci concentreremo su quelle aree che potrebbero beneficiare maggiormente, poiché cerchiamo di aumentare gli investimenti e le opportunità per le comunità in tutto il Paese", ha affermato il mese scorso.

Autoritarismo

Ma a parte negli ambienti più radicali dei Tory l'idea spaventa gli stessi inglesi. Il quotidiano progressista The Guardan ha avvertito che il successo di Singapore, avvenuto sotto la guida del presidente Lee Kuan Yew, rimasto al potere per 30 anni nei quali è riuscito a trasformare un Paese considerato del Terzo Mondo in uno dei più ricchi del pianeta, è stato ottenuto a colpi di autoritarismo. E non solo.

FT: economie troppo diverse

Come ha invece denunciato il Financial Times, probabilmente il quotidiano finanziario più autorevole del mondo, “l'idea che l'eliminazione delle tariffe e dei regolamenti e il taglio delle tasse porterà prosperità ampiamente condivisa nella Gran Bretagna post Brexit è una fantasia. L'esempio di Singapore è molto più complesso e sfumato di così. Le due economie e politiche stanno iniziando da luoghi piuttosto diversi, con storie diverse e possibilità diverse”. Questo perché “lungi dall'essere una città-stato di 5,6 milioni di persone, il Regno Unito è una democrazia geograficamente, socialmente e politicamente diversa e di di 66 milioni di abitanti”. Per questo “il suo futuro non dovrebbe - e non sarà - determinato dalle persone e dalle imprese allettate a trasformarlo in nient'altro che un paradiso di bassa tassazione e regolamentazione leggera”.

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