Brexit, un rapporto sfata i miti negativi sui migranti Ue ma il governo prepara la stretta

May vuole ridurre l’afflusso di manodopera non qualificata dall’Europa, i cittadini comunitari dopo il divorzio potrebbero avere bisogno di un visto per restare più di sei mesi. Eppure secondo lo studio pagano in media più tasse dei britannici e hanno un basso impatto sugli stipendi locali

Foto EU Council

Gli immigrati europei nel Regno Unito non hanno un alto impatto sui conti e sul sistema pubblico britannico, anzi i cittadini comunitari in media contribuiscono piu’ dei locali all’erario. Eppure una loro diminuzione non creerebbe problemi all’economia locale che sarebbe pronta a reggere l’assenza di manodopoera non specializzata proveniente dal continente. Lo afferma un rapporto commissionato dal governo londinese che ha sfatato i miti negativi sull'immigrazione che tanta parte hanno avuto nella vittoria dei 'Leave'.

Gli europei pagano più tasse

In particolare, nel documento della Migration Advisory Committee (Mac) si sostiene che i cittadini europei residenti sull'isola hanno un basso impatto sugli stipendi dei lavoratori britannici, pagano piu' tasse, non sono legati all'incremento del crimine e contribuiscono al sistema sanitario nazionale "molto di piu'" di quanto ne beneficiano. Inoltre, hanno si contribuito all'aumento dei prezzi delle case ma questa crescita e' legata direttamente alla ragione piu' ampia di una mancata costruzione di nuove abitazioni. Nel rapporto si evidenzia che i migranti comunitari contribuiscono ogni anno con 2.300 sterline in piu' all'erario rispetto alla media britannica e nel corso della loro vita, pagano 78mila sterline in piu' rispetto a quanto usufruiscono in termini di servizi e benefici pubblici, mentre il contributo netto del cittadino medio britannico e' pari a zero.

Ridurre l'afflusso di manodopoera non qualificata

Ciononostante l’ente indipendente creato nel 2007 per consigliare l'esecutivo e soprattutto il ministero dell'Interno, che ha lavorato sotto la guida del professore Alan Manning della prestigiosa London School of Economy, ha raccomandato al governo di Londra di adottare dopo la Brexit un approccio "globale" all'intera questione dell'immigrazione nel Regno Unito: cio' significa in particolare, spiega il "Times", che dopo il divorzio della Gran Bretagna i cittadini dei paesi dell'Unione Europea potrebbero essere sottoposti alle stesse regole previste l'ingresso dei migranti provenienti da paesi extra-Ue. Anche loro quindi, ad esempio, avranno bisogno di un visto di ingresso se desiderano risiedere nel Regno Unito per oltre sei mesi. "La principale raccomandazione della Mac e' che il Regno Unito sia piu' aperto verso i lavoratori qualificati provenienti da tutto il mondo e limiti l'accesso ai quelli poco qualificati", ha dichiarato Manning.

Le preoccupazioni delle aziende

Questa raccomandazione ha immediatamente suscitato le preoccupazioni e le proteste da parte di alcuni importanti associazioni industriali del paese, timorosi che la possibile mancanza di manodopera non qualificata e spesso a piu’ basso costo rischi di limitare fortemente la crescita di alcuni settori-chiave dell'economia britannica come quelli delle costruzioni, alberghiero e dei trasporti. A queste obiezioni pero', sottolinea il "Times", il raport ha gia' risposto laddove afferma che l'attuale regime di libera circolazione dei lavoratori all'interno dell'Unione Europea "non ha (per l'economia britannica) ne' il negativo effetto paventato da certuni, ma neppure i chiari benefici affermati da altri": l'impatto della libera circolazione insomma, secondo il rapporto, in realta' "finora e' stato assai modesto". Lo studio aggiunge quindi che la premier Theresa May potra' tranquillamente portare avanti il piano annunciato di ridurre di decine di migliaia di unita' il saldo netto dell'immigrazione, senza serie conseguenze economiche per il Paese. Resta da vedere quanto la questione pesera' nelle trattative che la premier britannica condurra' con i suoi omologhi europei nel vertice informale dei capi di Stato e di governo dei paesi dell'Unione Europea che si apre a Salisburgo, in Austria.

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