Accordo sulla Brexit, Johnson e Juncker esultano. Ma resta il nodo Irlanda

Il partito unionista di Belfast, il Dup, lamenta che l'intesa raggiunta creerebbe problemi alle loro piccole e medie imprese. Ma la modifica che chiede danneggerebbe quelle di Dublino. I rischi di un no deal adesso si spostano a Westminster

Il premier britannico Boris Johnson e il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker

Accordo raggiunto, almeno a Bruxelles. L'Unione europea e il Regno Unito hanno raggiunto un'intesa sulla Brexit. "Dove c'è una volontà, c'è un accordo. Noi ne abbiamo uno. E' un accordo equo e bilanciato per l'Ue e per il Regno unito ed è la testimonianza del nostro impegno nel trovare soluzioni", ha annunciato su Twitter il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. "Abbiamo un nuovo grande accordo", ha esultato a stretto giro il primo ministro britannico Boris Johnson su Twitter, spiegando che "ora il Parlamento dovrebbe chiudere la Brexit entro sabato, così potremo passare ad altre priorità come il costo della vita, il sistema sanitario, i crimini violenti e l'ambiente". Ma è proprio il passaggio a Westminster che adesso preoccupa i negoziatori. 

A oggi, a Johnson mancano i numeri in Parlamento per far passare l'intesa. Un po' come successo al suo predecessore, Theresa May. Mancano almeno una quarantina di voti, e a pesare potrebbero essere anche le defezioni del Dup, il piccolo partito unionista di Belfast che regge la fragile maggioranza di governo. Le ultime resistenze degli unionisti ruotano intorno alla questione dell'Iva.

Il nodo Iva

Stando al famoso backstop, ossia alle misure provvisorie dell'accorso sulla Brexit volte a impedire il ritorno di un confine rigido tra Irlanda e Irlanda del Nord, Belfast resterebbe assoggettata alle stesse regole doganali dell'Unione europea, a differenza del resto del Regno Unito. Il confine, in questo caso, verrebbe spostato sul mare che separa le due isole. Ma non è tanto una questione geografica, quanto lo svantaggio che una situazione del genere creerebbe alle piccole e medie imprese del Nord Irlanda. 

Per come funziona il sistema di riscossione dell'Iva nell'Ue, infatti, queste imprese si troverebbero a farsi carico di maggiori costi nel breve termine: fino a oggi, quando un rivenditore nordirlandese importa un bene dal Regno Unito, di fatto, non paga l'Iva (c'è una compensazione immediata tra l'Iva versata al momento dell'acquisto e quella riscossa quando si vende). Con la Brexit, stando all'attuale bozza di accordo, dovrà invece farlo e attendere alcuni mesi per il rimborso. 

Ecco perché il Dup chiede che le regole Ue sull'Iva non si applichino al loro territorio. Ma se questo avvenisse, a pagarne il prezzo sarebbe l'altra parte dell'isola, quella che fa capo a Dublino. In base alle leggi europee, infatti, non si puo' applicare un'Iva inferiore al 15%. Se l'Irlanda del Nord, come nelle intenzioni del Regno Unito, dovesse abbassare questa soglia, lo stessa poltrona Ikea, per fare un esempio, costerebbe di meno a Belfast che a Dublino. Ecco perché il governo irlandese si oppone a questa eventualità. 

I numeri al Parlamento

Il risultato è che il Dup potrebbe opporsi all'accordo raggiunto da Johnson a Bruxelles. Aumentando le difficoltà che il teso superi le forche caudine di Westminster. Qui, mancano all'appello i voti degli espulsi dei Tory, in rotta con Johnson. E oltre loro, occorre convincere, almeno in parte, laburisti e liberali. L'impresa appare ardua, anche per i toni poco concilianti usati dal premier britannico in questi mesi. Di contro, sostenere l'accordo darebbe a Johnson un'incoronazione in Patria che cancellerebbe le mire dell'opposizione di prendere le redini del governo nei prossimi anni. La Brexit, insomma, è adesso di nuovo appesa alle ragioni interne della politica britannica. Il rischio dietro l'angolo è che dopo l'esultanza di Bruxelles, torni in auge l'ipotesi di un no deal. 

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