Elezioni, il Regno Unito non cambia gli equilibri: nel prossimo Parlamento necessarie larghe intese

Secondo le ultime proiezioni il partito della Brexit non sfonda, e l'Eurocamera appare frammentata. Tante le incognite per la prossima legislatura

Il leader dei laburisti britannici Jeremy Corbyn con il negoziatore Ue sulla Brexit Michel Barnier

Il rinvio della Brexit non è destinato a produrre scossoni in Parlamento europeo. Con la permanenza britannica nell’Ue fino a fine ottobre, i cittadini di sua Maestà parteciperanno alle elezioni europee, ma le loro intenzioni di voto non sembrano destinate a cambiare gli equilibri di un’Eurocamera dove le forze euro-critiche e sovraniste non sfonderanno e le forze tradizionali dovranno ricorrere a larghe intese più che a grandi coalizioni per poter permettere il funzionamento dell’istituzione comunitaria.

E’ quanto emerge dalle proiezioni sulla composizione della prossima Aula, realizzate dal Parlamento europeo elaborando i sondaggi raccolti nei vari stati membri. Si tratta delle ultime proiezioni prima del voto di maggio, le prime comprendenti il Regno Unito.

Il partito della Brexit non decolla

Ci si attendeva che la mancata uscita di Londra dall’Ue potesse dare forza ai movimenti pro-Brexit. UKIP e partito della Brexit insieme, se si votasse questo week-end, dovrebbero portare a Bruxelles 19 deputati, appena due in più rispetto al fronte dichiaratamente anti-Ue eletto cinque anni fa. Già, perché comunque Brexiteers si contano anche tra le fila dei partiti conservatore e laburista. Difficile dunque parlare di partiti pro-Brexit nel confuso quadro politico britannico.

I conservatori escono fortemente ridimensionati: 16,5%, la percentuale più bassa di sempre in termini di voti in un’elezione europea. Primo partito quello laburista, con un indice di gradimento (26,5%) mai così alto dalle elezioni europee del 1999. Un piccolo ‘boom’ che fa ben sperare gli europeisti è quello dei LibDem, attestati al 9% dei voti, che vorrebbe dire sei deputati per il gruppo dei liberali europei (Alde), cinque in più rispetto all’unico esponente di questa legislatura.

proiezioni aprile-2

Il nodo delle alleanze

Il voto britannico dunque non sarà dunque dirompente. Ma più in generale c’è la questione della governabilità. Tutto rimane così com’era secondo previsioni e sondaggio prodotti e raccolti fino a oggi. La grande coalizione popolari-socialdemocratici (Ppe-S&D) da sola non basterà.

Se si andasse al voto questo fine settimana i due schieramenti perderebbero 74 seggi, 37 ciascuno. Resterebbero ancora il primo e il secondo gruppo parlamentare (180 e 149 seggi, rispettivamente), ma senza la maggioranza (376 seggi). Mancano 47 deputati per averla, che potrebbero offrire Alde (previsti 76 seggi, +8 rispetto ai numeri attuali), o i Verdi (57 eletti, +5). In ogni caso serviranno larghe intese, tutte da concordare.

Acquisterà rilevanza non indifferenza la République en Marche, il partito del presidente francese Emmanuel Macron, non calcolato all’interno della famiglia dei liberali europei ma che potrebbe entrare a far parte del gruppo dell’Alde. Non c’è dubbio che popolari e socialdemocratici dovranno intavolare trattative, ed eventuali alleanze in Parlamento inevitabilmente finiranno con l’essere legate alla nomina delle alte cariche delle istituzioni Ue, da rinnovare (prende corpo l’ipotesi di Mark Rutte, primo ministro olandese, liberale, come successore di Donald Tusk alla testa del Consiglio europeo).

Il Ppe del resto non ha i numeri per controllare il Parlamento nemmeno se dovesse scegliere di correre con i Conservatori europei (Ecr, 66 seggi), dove siederanno comunque i Tories britannici, non certamente pro-Ue come il Ppe. E anche se qualcuno tra quelli che saranno eletti per la prima volta (‘altri’, 62 deputati) dovesse sposare la svolta a destra dei popolari, comunque non sarà maggioranza.

Sovranisti ed euroscettici sfondano in Italia, non in Europa

Non si può parlare di vittoria neppure per il fronte anti-Ue. Al massimo per questi schieramenti c’è una conferma. Complessivamente saranno 181 i seggi occupati dai vari membri dei conservatori dell’ECR (66 seggi, -10), dell’estrema destra sovranista dell’ENF (62, seggi, +25), degli euro-scettici ed euro-critici dell’EFDD (45 seggi, + 4) e dei non i iscritti (8, -13). Insieme questi gruppi guadagnerebbero 6 seggi rispetto all’attuale composizione del Parlamento.

Numeri alla mano, l’Italia è ufficialmente un Paese euro-scettico. Anche in questo caso nessuna novità, ma una conferma. L’unica forza dichiaratamente europeista è il Pd tra le forze politiche nazionali capaci di far eleggere candidati.

Si conferma l’exploit della Lega, oggi al 31,4% dei consensi, che si traduce in 26 eurodeputati (+22). Secondo partito il Movimento 5 Stelle con il 21,5% (18 eletti, +1), davanti al Partito democratico con il 20% (16 parlamentari, - 15). Forza Italia e Fratelli d’Italia le altre due forze politiche in grado di eleggere candidati se si andasse al voto oggi (9 e 4 rispettivamente). Non un buon biglietto da visita per uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea.

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