Brexit, Regno Unito al voto. Ma il rischio è di un nuovo caos

I Comuni hanno approvato la richiesta di Johnson di tornare alle urne il 12 dicembre, ma il futuro parlamento potrebbe essere ancora più spaccato e non esprimere una chiara maggioranza per permettergli di portare a termine il divorzio

Foto Ansa EPA/ANDY RAIN

Con l'Europa che ha accettato di rimandare la Brexit al prossimo 31 gennaio e il Labour che ha così potuto avere la garanzia che il No Deal fosse ormai fuori dal tavolo, Boris Johnson è riuscito a far approvare dai Comuni la sua richiesta di tornare alle urne il prossimo 12 dicembre. Con Conservatori, laburisti, liberal democratici e gli scozzesi dell'Snp che si sono espressi a favore, ieri i deputati hanno votato a grandissima maggioranza la legge che stabilisce il ritorno alle urne in quella data: 438 sì e solo 20 no.

Superare lo stallo

La mossa del premier punta a provare a superare lo stallo in cui il Parlamento è ormai bloccato da tempo, non avendo i Tory una chiara maggioranza in Aula, e a mettere in atto finalmente il divorzio dall'Unione. I sondaggi danno l'ex sindaco di Londra in crescita nei consensi ma la prossima potrebbe essere la tornata elettorale davvero più imprevedibile della storia britannica, con il Paese che torna alle urne per la terza volta in meno di 5 anni. E invece che farlo a maggio o in primavera, come di solito avviene, lo farà in pieno inverno: una cosa che non succedeva dal 1923.

Corbyn sotto attacco

Il tema della Brexit sarà, ovviamente, il tema principale della campagna elettorale, e questo renderà le cose più complicate, soprattutto per Jeremy Corbyn. Il suo partito si è spaccato sull'eventualità di tornare alle urne con 100 deputati che si sono astenuti e 10 che si sono espressi contro. La strategia del leader di provare a tenere insieme leavers e remainers, dettata dal fatto che nonostante il Labour fosse stato durante il referendum contrario all'uscita è comunque radicato in quelle circoscrizioni operaie dell'Inghilterra del nord che hanno votato compatte per il divorzio, lo rende preda facile dei due campi.

La strategia di Farage

Chi tenterà di rubargli più voti sarà il Brexit Party di Nigel Farage, che ha concordato con i Conservatori una strategia di non interferenza. Gli euroscettici non si presenteranno nelle roccaforti Tory ma si concentreranno sulle circoscrizioni in cui solitamente vince il Labour, ma dove gli elettori potrebbero abbandonare il loro partito di riferimento per votarne uno che assicurerebbe loro di portare a termine il divorzio.

Il fronte dei remainers

Dall'altro lato Corbyn, che intende negoziare una Brexit soft ma garantendo anche un altro referendum (per dare ai cittadini la possibilità di scegliere tra un suo eventuale accordo con Bruxelles e il Remain) verrà attaccato da liberali e Verdi, in fortissima crescita grazie ai consensi degli europeisti più convinti, che cercheranno di dipingersi come gli unici baluardi della permanenza nell'Unione europea. Naturalmente Johnson potrà approfittare di questo assalto doppio al suo principale avversario, ma anche per lui le cose non saranno certo semplici.

Una scommessa rischiosa

Seppur i conservatori sono dati in crescita, al momento non arrivano al 40% delle preferenze, e questo fa pensare che la sua scommessa potrebbe finire come quella di Theresa May, che rischiando elezioni anticipate del 2017 perse la maggioranza ai Comuni. Il pericolo è insomma che invece che superare l'impasse si arrivi a un altro Parlamento in stallo. Il 6 novembre l'Aula verrà sciolta e allora inizieranno 5 settimane di intensissima campagna elettorale. L'abilità dei partiti di convincere i cittadini all'ultimo momento sarà più che mai determinante.

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