Fondi Ue, monito di Bankitalia: “Bruxelles ci darà più soldi, ma non sappiamo presentare progetti”

Incapacità di programmazione, progetti spesso scarsamente finanziabili e ritardi nella spesa. Il nostro Paese è fanalino di coda per assorbimento delle risorse comunitarie

Nella prossima programmazione finanziaria che partirà nel 2021, l’Italia avrà un 6% in più di risorse Ue da spendere per le politiche di coesione. Ma i problemi restano alla radice: il nostro Paese non è capace di sfruttare questi fondi. Non per colpa delle imprese, ma per le carenze “delle amministrazioni pubbliche nel presentare progetti che siano validamente” finanziabili. E’ il monito lanciato da Bankitalia durante un’audizione alla Camera.

I dati sono inesorabili: tra il 2000 e il 2006, l’Italia ha dovuto restituire a Bruxelles ben 221,2 milioni di euro. Si tratta di fondi che sarebbero dovuti servire alle imprese, alla messa in sicurezza del territorio, al rilancio dell’occupazione. Ma non siamo riusciti a spenderli.

Non sta andando meglio con la programmazione dei fondi strutturali in corso: un report della Corte dei conti Ue ci pone all’ultimo posto tra i 28 Paesi membri per capacità di assorbimento di queste risorse. Indiziate principali sono le Regioni, principale destinatarie dei programmi di coesione: la Puglia ha speso finora il 18% delle risorse disponibili, il Molise e la Campania il 16%, la Calabria il 19%, la Basilicata il 26%, l’Abruzzo appena il 14%. E i programmi, partiti ufficialmente nel 2014, si chiuderanno nel 2020. 

Certo, ci sono i “tempi supplementari”, ossia il periodo post-2020 che l’Ue concede alle Regioni per terminare la spesa. Ma la fretta provoca danni. In passato, sottolinea Paolo Sestito, responsabile del Servizio Struttura economica della Banca d'Italia, si è risolto il problema dei ritardi “facendo ricorso ai cosiddetti 'progetti sponda', che siano facilmente finanziabili e inseribili nella logica dei programmi comunitari. Questo pero', se salva la tempistica e i fondi, non sempre riesce a salvare la qualità dei progetti stessi”.

Bisognerebbe fare prima e meglio, e a monte. Ma “l'Italia ha una sua tradizionale carenza non tanto a livello di sistema imprese quanto a livello delle amministrazioni pubbliche nel presentare progetti che siano validamente” finanziabili, dice ancora Sestito. Il dirigente di Bankitalia ha citato l'esempio dei programmi comunitari nel campo della ricerca: “Riusciamo a ottenere come Paese una quota di finanziamenti relativamente contenuta e in alcuni casi molti ricercatori scelgono di utilizzare i fondi in strutture che non fanno capo al nostro Paese. E' una questione di cui tenere conto - ha osservato - non solo e non tanto in sede di contrattazione, ma anche in sede di definizione delle politiche interne". 

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