Chi guiderà l'Italia? E come fare con il Cremlino? Le 5 sfide europee per il 2018

L'incognita del nuovo governo italiano, le relazioni con Mosca, il futuro degli accordi commerciali e il regime delle nuove relazioni con Londra. Oltre all'incandescente modifica del regolamento di Dublino sulle procedure di asilo. Sono queste le 5 grandi incognite per il 2018 della Ue

© European Union , 2017 / Source: EC - Audiovisual Service / Photo: Mauro Bottaro

Le elezioni italiane

Attese, ma ora anche certe. La fine del 2017 porta in dote all'Europa la data delle prossime elezioni italiane: il 4 marzo si saprà se il terzo paese della Ue e della zona euro avrà o meno un governo stabile e se questo sarà, inoltre, più o meno europeista. Un fattore importante quando nella Ue si discuteranno nell'anno che viene vari dossier estremamente importanti per i Belpaese e/o in cui Roma può avere un ruolo decisivo per l'Ue, dal regolamento di Dublino alle relazioni con la Libia. Senza scordare che le elezioni italiane saranno un nuovo importante test per valutare la strategia di Mosca di ingerenza nei processi elettorali occidentali. E qui veniamo al punto successivo.

Mamma li russi

L'ingerenza nei processi elettorali, la produzione di fake news e le manovre militari. Vista dall'Occidente Mosca è tornata ad essere una minaccia. Mentre dal Cremlino si fa notare che le manovre militari ai loro confini ha iniziato a farle per prima la Nato (nei paesi baltici) e che non ci sono loro dietro agli attacchi disinformativi. La situazione di tensione è destinata ad aumentare anche quest'anno. Sulle future relazioni Bruxelles-Mosca peserà peraltro molto il nuovo governo italiano, con Berlusconi ed i grillini che vantano sicuramente buone relazioni con Putin. 

Accordi commerciali? Sì o No, grazie

Rimanendo sullo scacchiere mondiale, ma passando dalla politica al commercio, nel 2018 la Ue dovrà fare i conti con la voglia, o meno, di chiudere i negoziati sugli accordi commerciali con Austrialia, Nuova Zelanda ed India. Oltre a dover implementare il Ceta, il famoso accordo con il Canada, divenuto, al pari dell'abortito TTIP con gli Usa, il simbolo dell'opposizione alle politiche commerciali della Ue. Sul terreno l'intesa più complessa appare quella con l'Australia, paese esportatore di prodotti agricoli e quindi potenziale minaccia per diversi paesi comunitari, Francia ed Irlanda in testa. Senza scordare che il Ceta è stato sul punto di saltare per l'opposizione della piccola regione belga della Vallonia, preoccupata per gli effetti dell'accordo sul settore zootecnico locale....

Brexit 2.0

Anche qui si parla di commercio, ma non solo. Il 2018 dovrà portare ad un'intesa sulle future relazioni tra la Ue e la Gran Bretagna, in ballo il regime commerciale che verrà instaurato. Si pensa ad un Ceta rafforzato o a una relazione come quella con la Norvegia, paese che fa parte dello spazio economico europeo, pur non aderendo alla Ue. In quest'ultimo caso rientrerebbero nell'accordo anche i servizi, tra cui quelli finanziari, e molti più aspetti regolamentari. Da definire anche le modalità del periodo transitorio, ossia dell'accompagnamento alla porta di Londra, un processo che dovrebbe durare fino a fine 2020, in concomitanza della conclusione del bilancio pluriennale della Ue 2014-2020.

Dublino da rifare

Il Parlamento europeo ha già detto la sua, chiedendo di eliminare dal regolamento di Dublino il principio dell'obbligo, per i richiedenti asilo, di presentare domanda nel paese di primo. Una modifica profonda voluta anche da Italia, Grecia e Spagna, i paesi in prima linea, e supportata anche dalla Germania, ma che vede contrari il gruppo di Visegrad, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, guarda caso i paesi che di fatto stanno boicottando il programma di suddivisione dei rifugiati lanciato da Bruxelles due anni fa. A dar manforte a Visegrad è venuto ora il nuovo governo di destra insediatosi a Vienna. E toccherà proprio all'Austria, come Presidenza di turno della Ue nel secondo semestre del 2018, guidare i negoziati tra i 27 su questo incandescente dossier. Per quanto ogni Presidenza debba mantenere, almeno formalmente, un atteggiamento neutrale nelle discussioni, questo scherzo del calendario non è certo una garanzia per l'Italia. 

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