Clima, la Cina investe il triplo di Ue e Usa

E' quanto emerge dal rapporto della Bei. L'Europa in ritardo anche nell'adozione delle tecnologie digitali. E la situazione rischia di peggiorare nell'immediato: previsto un rallentamento negli investimenti delle imprese nel 2020. Italia compresa

L'Unione europea che si ripromette di essere il leader mondiale nell'azione per il clima ha speso nel 2018 l'1,2% del suo Pil nella mitigazione dei cambiamenti. Poco meno degli Stati Uniti di Donald Trump. Ma soprattutto un terzo di quanto fatto dalla Cina. E' quanto emerge dalla Relazione della Bei sugli investimenti 2019/2020. Ma purtroppo, non è il solo dato negativo: il ritardo dell'Ue sui sui competitor principali è anche nella spesa per digitale e ricerca. E l'incertezza sull'immediato futuro potrebbe portare a un deciso rallentamento degli investimenti nel 2020.

La questione climatica 

La relazione della Banca europea per gli investimenti parte da una cifra: 158 miliardi di euro. A tanto ammonta l'investimento complessivo dei Paesi Ue nella mitigazione dei cambiamenti climatici. "Considerando che ciò corrisponde all'1,2% del Pil - si legge in una nota della Bei - l'Ue ha conseguito un risultato leggermente inferiore a quello degli Stati Uniti (1,3%) e di poco superiore a un terzo del valore raggiunto dalla Cina (3,3% del Pil).

Se è vero che sono gli Stati Uniti a guidare la classifica per quanto riguarda la spesa per Ricerca e sviluppo, la Cina dal canto suo ha recentemente quadruplicato tale spesa superando l'Unione europea. "Alla luce dell'importanza che le tecnologie non ancora mature rivestiranno nella fase di transizione - scrive la Bei - i risultati non particolarmente esaltanti dell'Europa nell'ambito delle attività di ricerca e sviluppo legate al clima costituiscono una minaccia per la competitività del Continente".

A dispetto dei notevoli progressi realizzati dal punto di vista legislativo, dunque, gli investimenti nell'Azione per il clima all'interno dell'Ue accusano un forte ritardo rispetto alla tabella di marcia. "Per poter conseguire l'obiettivo dell'economia a zero emissioni entro il 2050 - raccomanda la Bei - l'Ue deve innalzare il livello complessivo degli investimenti nel proprio sistema energetico e nelle relative infrastrutture portandolo al 3% del Pil (in media)".

Le tecnologie digitali

Ma il clima non è l'unica donte di preoccupazione per la Bei. In Europa, sostiene la Banca, "l'adozione delle tecnologie digitali è lenta, e anche il divario digitale tra le imprese è in crescita". Nell'Ue, le imprese digitali sono solo il 58%, contro il 69% di quelle degli Stati Uniti; il divario è particolarmente rilevante per quanto riguarda il settore dei servizi (40% contro 61%). In effetti, in Europa il 30% delle piccole e medie imprese più longeve (cioè attive da più di dieci anni) continua a rimanere "non-digitale". Inoltre, solo il 17% delle regioni intende dare priorità alla digitalizzazione attraverso infrastrutture smart. Il gap con gli Usa è dell'1% del Pil per quanto riguarda gli investimenti nelle tecnologie della comunicazione e dell'informazione. 

Incertezza sul futuro

Nonostante questi gap, pero', l'immediato futuro non promette bene. Secondo la relazione, che rispecchia i risultati di un'indagine condotta su 12.500 imprese europee, "il contesto economico dell'Ue sta peggiorando e si prevede un rallentamento degli investimenti da parte delle imprese dell'Unione nel 2020".

Per il vicepresidente della Bei, Andrew McDowell, "l'Europa non può permettersi di rimanere ad aspettare la fine di un altro ciclo congiunturale negativo. Abbiamo già perso dieci anni in cui il livello degli investimenti è rimasto modesto e quindi ora, se vogliamo far fronte alle sfide storiche che ci attendono, dobbiamo contrastare immediatamente la tendenza negativa. Dobbiamo investire di più per tenere il passo con la rivoluzione digitale, realizzare i nostri obiettivi climatici e ricostruire la coesione sociale europea", conclude con un chiaro riferimento a un altro dato preoccupante che emerge dalla relazione: dal 2002 a oggi, le regioni più ricche dell'Ue hanno aumentato i loro investimenti dell'1%, quelle con un reddito medio hanno ridotto il tasso di ben il 14%. Non a caso, le diseguaglianze sociali sono aumentate ovunque nell'Ue.

L'Italia

Al peggioramento del quadro sugli investimenti, purtroppo, non si sottrae l'Italia, dove è addirittura attesa una riduzione degli investimenti totali (e non solo della loro crescita). La scheda storica della relazione per il nostro Paese non è delle più rosee: tra il 2014 e il 2018 gli investimenti sono stati in pratica fermi, solo la Grecia ha fatto peggio. In Italia, a pesare è soprattutto l'incertezza sul futuro: per il 98% delle imprese è il principale ostacolo, la percentuale più alta in tutta l'Ue. Per 2 imprese su 3 c'è anche la questione delle leggi sul lavoro e l'imprenditoria. 

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