Emissioni dimezzate, fondo di transizione e tassa sul "carbone" importato: ecco il New Green Deal

La Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen presenta il suo piano d'azione sul clima: la pietra angolare del nuovo esecutivo Ue per ridisegnare il futuro dell’economia europea

Un taglio tra il 50% e il 55% delle emissioni entro il 2030 da sostenere con investimenti verdi aggiuntivi, magari con “sconti” sul Patto di stabilità. Ma anche un fondo per sostenere la transizione ecologica delle regioni europee dove si trovano le industrie più inquinanti. E una tassa sulle emissioni alle frontiere per colpire l’import di prodotti dai Paesi extra-Ue che non si impegnano nella lotta al cambiamento climatico. Sono questi alcuni dei punti centrali della Comunicazione sul Green New Deal, il piano d’azione sul clima lanciato oggi dalla Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. Un piano che rappresenta, almeno nelle intenzioni, la pietra angolare del nuovo esecutivo Ue per ridisegnare il futuro dell’economia europea.

I rischi se non si agisce

Il New Green Deal parte da alcuni dati: senza agire sul cambiamento climatico, l’Europa rischia di andare incontro a una catastrofe: 190 miliardi di euro persi ogni anno dall’economia Ue nel suo complesso, 400mila morti premature all’anno per via dell’inquinamento (cosa che avviene già oggi),  2,2 milioni di persone esposte a inondazioni, l’estinzione del 16% delle specie animali. Inoltre, a livello globale, il riscaldamento climatico spingerà ulteriori 660mila richiedenti asilo verso le porte dell’Ue. Bruxelles vuole evitare tutto questo. E lo fa cercando di trasformare l’esigenza di salvare l’ambiente in una opportunità per lo sviluppo dell’Europa.

Il taglio delle emissioni

Il primo tassello di questo piano riguarda il target da fissare sul taglio delle emissioni al 2030, che oggi è fermo al 30%. La Comunicazione di von der Leyen indica come nuovo target minimo il 50%, anche se afferma che sarebbe bene arrivare a quel 55% che il Parlamento europeo ha chiesto ufficialmente in una sua recente risoluzione. Per gli ambientalisti, la soglia dovrebbe essere ulteriormente innalzata al 65%. Mentre tra i Paesi membri c’è chi spinge per rallentare il passo: per le economie in cui centrali a carbone e industria pesante hanno maggior peso, come quelle di Germania e Polonia, questo target viene visto come un potenziale cataclisma: imprese che chiudono sotto la concorrenza dei prodotti a basso costo provenienti da Paesi più inquinanti, licenziamenti di massa e via dicendo.

La Comunicazione di von der Leyen, che non è una legge ma solo una dichiarazione di intenti, sembra cercare una via di mezzo. Ma che le resistenze siano forti lo dimostra il fatto, denunciato dalla ong Can Europe, che la neo presidente della Commissione ha posticipato la presentazione ufficiale del nuovo target: non più nei primi cento giorni di mandato (dunque entro febbraio), ma entro l’estate 2020. Il tempo necessario, forse, per convincere i Paesi membri e le lobby più restii ad abbracciare un piano climatico più ambizioso.

Il fondo per la transizione ecologica

In questa opera di persuasione, un ruolo centrale lo ha senza dubbio il Just Transition Fund, il nuovo fondo che dovrebbe accompagnare la transizione energetica nelle regioni europee che registrano i più alti tassi di emissioni industriali. Nella Comunicazione, von der Leyen vi fa solo un breve cenno, spiegando che il fondo mira a sostenere i settori che saranno più colpiti dalla transizione, anche con la previsione di risorse per la formazione e il ricollocamento dei lavoratori licenziati. Di altro, la Commissione Ue per ora non parla e rimanda a gennaio per maggiori dettagli.

La questioni aperte sul Just Transition Fund sono essenzialmente 2: quanti soldi verranno messi nel fondo, da dove verranno presi e quali regioni finanzierà. Le prime bozze circolate in queste settimane sembrano premiare soprattutto i Paesi dell’Est (Polonia in testa) e la Germania. In Italia, dovrebbero essere 4 le regioni coperte (tutte al Nord) e non a caso il Movimento 5 stelle, per voce di un gruppo di eurodeputati tra cui la tarantina Rosa D’Amato, ha chiesto che si tenga in considerazione non solo il livello delle emissioni regionali, ma anche la situazione di determinati settori come quello dell’acciaio (chiaro esempio è la situazione dell’ex Ilva).

Sui soldi, le cifre circolate variano da 5 a 35 miliardi. E nella sua Comunicazione, von der Leyen fa capire che per rimpinguare il fondo potrebbero essere utilizzati anche i fondi della politica della coesione (Fesr e Fse), cosa che l’Italia, per voce del ministro Amendola, ha già detto chiaramente di non condividere: servono risorse fresche, ossia fondi messi a disposizione dagli Stati membri che hanno più margini di bilancio (Germania, ancora una volta, e Olanda, per esempio). Il vertice che si apre giovedi’ 12 dicembre a Bruxelles affronterà non a caso questo tema.

La tassa sulle emissioni alle frontiere

Sempre nell’ottica di vincere le resistenze delle lobby più restie a una decarbonizzazione rapida dell’economia Ue, la Comunicazione sul New Green Deal apre anche all’introduzione di una tassa sulle emissione alle frontiere. Si tratta di una imposta che colpirebbe l’import delle merci “ad alto contenuto di emissioni” provenienti da quei Paesi extra Ue che non si impegnano a ridurre l’impatto delle loro industrie sull’ambiente (come la Cina, per esempio). “Finché molti partner internazionali non condivideranno la stessa ambizione dell'Ue – si legge nella Comunicazione – la Commissione proporrà un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, per settori selezionati, al fine di ridurre il rischio di rilocalizzazione delle emissioni”. Ossia che gli sforzi Ue di riduzione non siano vanificati, o addirittura sfruttati, da altri Paesi. Il tutto, specifica Bruxelles, in linea con le regole dell’Organizzazione mondiale per il commercio. Insieme alla tassa, un’altra leva che von der Leyen intende usare per spingere i partner internazionali a sposare la linea verde dell’Ue è quella degli accordi commerciali. 

Gli investimenti verdi

Basteranno queste leve a fermare le resistenze interne in Europa? Di sicuro, la leva maggiore è quella degli investimenti. La Commissione stima che, con un target al 30%, servono 260 miliardi di euro aggiuntivi all'anno di investimenti per rispettare gli impegni. Con un target al 50%, ne serviranno molti di più. L’obiettivo dichiarato è un maxi piano da 1000 miliardi di euro, che dovrebbe essere presentato a marzo.

Come per il Just Transition Fund, anche qui bisognerà capire da dove arriveranno le risorse e soprattutto quanto saranno quelle fresche messe dagli Stati. Per l’Italia, poi, sarebbe importante ottenere che gli “investimenti verdi” siano scorporati in tutto o almeno in buona parte dal Patto di stabilità. La proposta del governo Conte in tal senso ha già trovato una fredda accoglienza da parte della stessa von der Leyen (oltre che dai soliti falchi dell’austerity). Nella Comunicazione, la presidente della Commissione si affida a una formula vaga in cui di fatto passa la patata bollente agli Stati membri. “La revisione del quadro europeo di governance economica includerà un riferimento agli investimenti pubblici verdi nel contesto della qualità delle finanze pubbliche – si legge nel testo - Ciò darà vita a un dibattito (tra i Paesi, ndr) su come migliorare la governance fiscale dell'Ue. L'esito del dibattito costituirà la base di eventuali possibili passi futuri, incluso il modo in cui trattare gli investimenti verdi nell'ambito delle norme fiscali dell'Ue, preservando al contempo le garanzie contro i rischi per la sostenibilità del debito”.

Il settore dei trasporti

Per quanto riguarda gli altri aspetti importanti del Green New Deal, la Comunicazione anticipa l’intenzione di von der Leyen di allargare il sistema Ue sullo scambio di quote di emissione (l’Ets) al settore marittimo. Inoltre, propone di ridurre le quote  “assegnate gratuitamente alle compagnie aeree”. Il tutto nell’ottica anche di ridurre l’inquinamento nel settore dei trasporti. 

“I trasporti – si legge nel testo - rappresentano un quarto delle emissioni di gas a effetto serra dell'Ue e continuano a crescere. Per raggiungere la neutralità climatica, entro il 2050 è necessaria una riduzione del 90% delle emissioni dei trasporti”. Nessun riferimento al settore auto, se non un generico riferimento al fatto che “il prezzo del trasporto deve riflettere l'impatto che ha sull'ambiente e sulla salute”. 

In questa ottica, “i sussidi per i combustibili fossili dovrebbero terminare”, si legge sempre nella Comunicazione, favorendo la produzione e lo spiegamento di carburanti sostenibili per i trasporti alternativi: “Entro il 2025, saranno necessari circa 1 milione di stazioni pubbliche di ricarica e rifornimento per i 13 milioni di veicoli a zero e basse emissioni previsti sulle strade europee”.

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