“Spreco da 117 miliardi per il gas fossile”, Paesi Ue sotto accusa

Un rapporto fa le pulci ai progetti di investimenti in campo energetico che allontaneranno il Vecchio Continente dall’obiettivo “zero emissioni”. Cinque maxi centrali inquinanti previste anche in Italia

Annunciare un obiettivo e remare in senso opposto. È questa, in poche parole, l’accusa che gli esperti del Global Energy Monitor rivolgono all’Unione europea. La rete di ricercatori - i cui dati sull’energia fossile sono utilizzati dall'Agenzia Internazionale per l’Energia e dalla Banca Mondiale - rivela, con un nuovo rapporto di cui Europa Today ha potuto prendere visione in anteprima, che l'Europa sta pianificando di investire un totale di 117 miliardi di euro, pubblici e privati, in nuove infrastrutture di gas fossile, tra centrali elettriche a gas, terminali di importazione di gas naturale liquefatto e gasdotti. Le grandi opere, proseguono gli studiosi, “non sono necessarie in quanto l'attuale capacità di importazione di gas dell'Ue è quasi il doppio (1,8 volte) rispetto all'attuale consumo di gas”.

Italia tra i maggiori investitori nel gas

L’Italia - con 11,6 miliardi di euro di investimenti - è il sesto Paese d’Europa che spenderà più risorse nell’energia ottenuta dal gas, ritenuta una fonte fossile a tutti gli effetti. Tra le più grandi centrali a gas (con capacità di generazione di 400 MW o superiore) proposte nell’Ue, figurano, infatti, le centrali elettriche italiane di Andrea Palladio, Brindisi Sud, Marghera Levante, Presenzano Edison e Torrevaldaliga Nord. Precedono il Belpaese per piani di investimenti energetici a favore del gas la Germania e il Regno Unito (che assieme spenderanno 35,9 miliardi di euro), la Grecia (14 miliardi), la Polonia (13,4 miliardi) e la Romania (12,8 miliardi). 

La 'gabbia'

Oltre all’inutilità del maxi investimento europeo a favore del gas, gli esperti ne criticano anche la compatibilità con gli obiettivi climatici. Le infrastrutture per il gas fossile possono infatti avere una durata di vita di oltre 40 anni. Un investimento in tale direzione, secondo gli autori del rapporto, “crea un alto rischio di lock in (una sorta di gabbia; ndr) per cui non sarà possibile raggiungere gli obiettivi climatici”.

Crisi climatica e vittime per l'inquinamento

“Questo rapporto mostra come l'attuale costruzione di infrastrutture per il gas nell'Ue sia pronta ad aumentare la capacità di importazione di gas del 30%”, commenta il rapporto il professore Mark Jacobson della Stanford University. “Se vogliamo avere una qualche speranza di risolvere la crisi climatica in corso ed evitare i 340mila decessi per inquinamento atmosferico che si verificano ogni anno in Europa - prosegue Jacobson - dobbiamo eliminare di almeno l'80% il consumo di gas naturale entro il 2030 e del 100% entro il 2050, non aumentarlo”.

L'alternativa

Il professore indica quindi l’altra ricetta, che potrebbe guidare l’Europa verso la neutralità energetica. Il Vecchio Continente, sottolinea Jacobson, “sulla base di molteplici studi scientifici, può funzionare interamente e in tutti i settori energetici con energie pulite e rinnovabili”. Tra queste vengono citate l’energia elettrica e termica da vento, acqua e sole. “Una tale transizione - conclude il professore - ridurrà il fabbisogno energetico e i costi, così come l'inquinamento atmosferico, i problemi di salute e le emissioni di gas serra”.

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