La Bei verso l'addio ai finanziamenti fossili. Ma la Commissione Ue frena

La Banca europea per gli investimenti potrebbe eliminare a partire del 2020 anche i fondi per il gas naturale. Ma è battaglia interna ai Paesi dell'Unione. E il braccio di ferro riguarda anche l'Italia

La Bei, la Banca europea per gli investimenti, ha deciso di posticipare a novembre la decisione se eliminare o meno, a partire dal 2020, i finanziamenti a tutte le fonti fossili di energia. La proposta doveva essere varata oggi, ma sulla Bei hanno pesato le pressioni della Commissione Ue, la quale, spinta anche dalle resistenze della Germania, intende salvaguardare almeno gli investimenti sul gas naturale: "Il gas naturale rimarrà una componente importante nel mix energetico dell'Ue nel prossimo futuro mentre ci muoviamo verso fonti di energia più pulite", ha detto un portavoce dell'Esecutivo comunitario.

I fondi all'Italia

Tra il 2013 e il 2017, la Bei ha finanziato progetti di combustibili fossili per oltre 11 miliardi di euro, di cui 8 miliardi sono stati spesi per le infrastrutture del gas e 1,68 miliardi di euro per la sua produzione. L'Italia, dopo la Spagna, è stata tra i maggiori beneficiari di questi investimenti. E proprio le lobby del gas del nostro Paese, insieme a quelle tedesche, sono tra le più agguerrite avversarie della potenziale mossa della Banca europea. 

Stando ai dati più recenti del Ministero dello Sviluppo, se da un lato i consumi di gas nel 2018 sono scesi del 3,3%, confermando la dinamica degli ultimi anni, dall'altro è triplicata la produzione di biometano, che ha a sua volta alimentato la crescita del parco auto a gas: i veicoli a metano in Italia sono oltre 1 milione e rappresentano il 76% del parco a gas di tutta l'Unione europea. Non a caso, proprio la Bei ha di recente approvato un finanziamento di 75 milioni di euro per la realizzazione nel Belpaese di 101 stazioni di rifornimento di gas naturale e 9 stazioni di rifornimento di Gnl. 

La posizione delle lobby del gas

Questi investimenti potrebbero essere gli ultimi del genere, se la Banca europea deciderà di chiudere i rubinetti. In Italia, come in Germania, l'appunto che le lobby muovono agli ambientalisti è che il settore del gas "è cruciale per l'obiettivo di decarbonizzazione 2050 dell'Ue", dicono da Assogas. Secondo il loro punta di vista, il gas naturale è un combustibile fossile relativamente rispettoso del clima, poiché la combustione rilascia solo circa la metà della Co2 del carbone. "Se la Bei non farà alcuna distinzione tra i diversi combustibili fossili, sarà difficile sostituire l'attuale parco di centrali elettriche a carbone e mancheremo i nostri obiettivi climatici", ha dichiarato il presidente di Eurogas, Philippe Sauquet.

Il ministero dello Sviluppo italiano, stando al suo ultimo rapporto energetico, è in linea con questa visione: "I gas rinnovabili come l'idrogeno 'verde' e il biometano, avranno, insieme alle fonti rinnovabili tradizionali, un ruolo centrale nel decarbonizzare il mix energetico", si legge nel report. 

Tuttavia, molti studi dimostrano che il passaggio al gas naturale non è una soluzione alla crisi climatica. Per esempio, il gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (Ipcc) ha calcolato che il metano rischia di avere un impatto enorme sul clima nei prossimi 100 anni. Allo stesso tempo, le emissioni dell'industria del gas sarebbero spesso sottovalutate. Uno studio pubblicato su Science Magazine nel 2018 ha mostrato che le emissioni totali dell'industria del gas naturale negli Stati Uniti sono circa il 60% superiori a quanto precedentemente ipotizzato dalla US Environmental Protection Agency.

L'Ue divisa

Dati che pero' non sembrano preoccupare la Commissione europea, che ha confermato il suo sostegno al gas. Almeno per ora. L'Ue del resto è divisa: Francia, Svezia e Olanda spingono per uno stop ai fondi. La Germania si oppone. E l'Italia sembra tirarsi fuori dalla mischia per evitare polemiche ulteriori in seno alla principale forza della maggioranza di governo, il Movimento 5 Stelle, che ha già pagato lo scotto del mancato stop al gasdotto Tap in Puglia. 

Del resto, quando si parla di gas, non solo da noi, gli interessi in ballo esulano dalle sole lobby nazionali e dalle questioni prettamente climatiche. Per esempio, noi importiamo il 93% del gas consumato per un totale di quasi 59 miliardi di metri cubi, di cui la metà dalla Russia. Il Tap, stando agli obiettivi dichiarati dal nostro governo, servirebbe a ridurre la dipendenza da Mosca. Cosa molto ben vista da Bruxelles. 

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